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Viaggio in Sicilia #5

Friday 18 August 2006

15 agosto, 7.30    Buon ferragosto! 

Come vedi mi sono svegliata presto questa mattina: il treno è alle 9.05 e la colazione qui è servita solo dalle 8 in poi, così dobbiamo essere pronti ad andare verso le 8.40. Forse però abbiamo esagerato con la fretta: ho messo la sveglia alle 6.30 e adesso si aspetta e ho sonno, oltre ad una fame incommensurabile. Arriveremo per le 12 a Messina, oggi è festa grande, la città si prepara alla processione della Vara, una macchina santa formata da una serie di statue di santi e angeli disposti a piramide con in cima la Madonna Assunta in cielo, che viene trainata da centinaia di persone per diversi km a piedi scalzi sull’asfalto, ognuno di loro ha fatto un voto che la Madonna ha esaudito, molti sono galeotti convertiti. E’ impressionante, si respira un’atmosfera mistica e gonfia di superstizione mista a fede incrollabile. Da bambina mi veniva da piangere ogni volta, sentivo un angoscia che mi montava dentro e si gonfiava ad ogni strattone dato alle corde per spostare la Madonna in avanti e alla fine non resistevo e mi scioglievo in lacrime senza capirne il motivo. Sono anni che non assisto alla processione ormai, ma qualcosa mi dice che ancora oggi l’angoscia avrebbe la meglio su di me. Del ferragosto messinese così, mi godo solo il Gigante e la Gigantessa, Mata e Grifone, simboli della città, grandi e belli, statue di gesso portati in trionfo da una sfilata di carretti siciliani. Durante l’anno ne puoi scorgere le teste passando davanti ad un magazzino in periferia, mi dispiace vederli così, ma poi il 13 riacquistano il dominio sulla città e s’impongono con la loro maestosità. La leggenda dice che grifone si nutriva di carne umana, lui è un moro, un infedele e lei l’ha convertito e gli ha fatto apprezzare il sapore della carne animale e probabilmente anche delle verdure già che c’era. Dovrei raccontarti poi di Dina e Clarenza, della Madonna della Lettera, della Chiesa di Montalto e di altre decine di storie e leggende e miracoli che costellano la vita di questa mia bellissima città. Ma non ho tempo ora. Devo avvertire i miei per dirgli quando arriveremo. 

Ci sarà caos per le strade e mio padre sarà nervoso perché Ferragosto anche per lui è sacro: passeggiata mattutina, messa, sosta in pasticceria, pranzo abbondante e speciale (che di solito prevede “pasta incaciata” cioè maccheroni al forno e poii ripassati sul fuoco vivo dentro una pentola dai bordi altissimi e disposti a strati, conditi con formaggio, ragù, melenzane, mortadella a tocchetti, piselli e poi pollo al forno con patate al rosmarino, insalata russa e i dolci presi prima, Bianco e nero o Lulu dipende da cosa ha trovato, a volte tutti e due). Figurati quindi quanta voglia ha di venire a mezzogiorno ad aspettarci alla stazione.

Penso che nel pomeriggio me ne andrò al mare, sperando che sia bello. Ieri mi sono un po’ abbronzata sullo scoglio.   

15 agosto, 9.40   

Sono sul treno, un diretto che sembra un eurostar, sono sorpresa! E pare che sia anche in orario.
L’avevo detto che il b&b non mi convinceva: era molto bello e pulito ma indovina? Stamattina gli è rimasta una sola “B”: niente colazione! Non c’era nessuno, e nessuno con cui protestare, ero senza parole. Abbiamo fatto l’errore di pagare ieri sera e così stamattina nessuno si è presentato. Sono imbufalita, appena a casa scriverò un’email di protesta e andrò su tutti i siti che recensiscono i b&b e gli farò una pubblicità così negativa che gli verrà voglia di chiudere per la vergogna. Solo la colazione al bar in piazza Archimede mi ha riconciliato in parte col mondo. Peraltro c’eravamo solo noi e un gruppo di vecchietti con i loro caffè, i giornali e la filosofia dell’isolano che ha visto tutto e tutto sa e si gode la dolcezza del mattutino ferragostano, molle e languido come una donna dopo l’amore. Hanno fatto a gara a chi doveva cedermi il posto migliore per non stare al sole, per passarmi il giornale e offrirmi il caffè, “anche a lui naturalmente” ha detto uno indicandomi con sufficienza D. E un signore più intraprendente degli altri forse ingannato dal mio accento ha detto mentre passavo rivolto al suo vicino: “Eh nel continente le donne sono un’altra cosa”. Allora mi sono fermata e gli ho detto quasi all’orecchio “veramente sono nata a Messina” e lui ridendo “Qualcosa c’era” come a dire che in fondo l’aveva sempre sospettato. Io adoro questi posti! Dove la trovi gente così?
Il treno è partito spaccando il minuto, passeremo dalla costa, sfileranno davanti ai miei occhi il mare limpido e le scogliere, le palazzine liberty dei paesini di mare, le villette a schiera e assisterò da una posizione privilegiata alla vita di chi è in vacanza
e di chi vive qui tutto l’anno ignorando forse quanto sia fortunato. O forse no: se nasci qui la Sicilia te la senti dentro con tutto ciò che comporta.
Mi metto a leggere un po’ adesso, anche per non consumare le batterie del
portatile, dopo torno credo. In realtà in questi giorni non ho quasi letto, mi ero portata cinque libri, ma li ho lasciati in valigia tutto il tempo: a volte la vita è meglio della letteratura.
 

Viaggio in Sicilia #4

Thursday 17 August 2006

14 agosto, 14.00
Dopo colazione come ti dicevo sono andata al mare, o meglio allo “Scoglio”. Ho indossato la mia mise da vacanziera – bikini nero, maglia nera con costume in vista, gonna sgarzola con scritte ammiccanti e infradito d’ordinanza che fanno tanto inorridire D. ma sono così comode. Il tutto accompagnato da un’enorme borsa mare arancione a fiori bianchi ricolma di libri, giornali, asciugamani, acqua, borsetta per cellulare, penne, lucidalabbra, portafogli, crema solare, e altro che al momento non ricordo – e me ne sono andata a sdraiarmi su questo scoglio enorme sospeso tra mare e terra, a strapiombo sull’acqua, baciato dal sole e sferzato da una brezza gentile. I flutti s’infrangono alla base, e gli schizzi arrivavano fino a me, sembra di essere in paradiso. Non ho resistito molto perché stare al sole senza immergermi non mi piace e oggi l’acqua era troppo mossa per avventurarsi nelle insenature, però è stato meraviglioso. Guardavo alla Grecia da dov’ero, non si vede naturalmente ma potevo intuirla.
Ho subito un tentativo di rimorchio da un cinquantenne playboy che dopo avermi fissato per un’oretta ha approfittato dell’assenza temporanea di D. per farsi avanti e cominciare a cincischiare. Ogni due parole che diceva era tutto un “lei è bellissima” – “con i suoi occhi così profondi” – “sapevo che lei era siciliana, ha i colori di questa terra” e così via complimentando, tutto il repertorio insomma, ma devo dire che lo faceva con classe e nonchalance, l’ho scoraggiato dopo un po’, ma prima mi sono goduta i complimenti.
Quando Brancati descriveva i suoi uomini inventando il “gallismo”, o meglio dando un nome ad un’attitudine che esiste da sempre, non esagerava nemmeno un po’ nel tratteggiare l’indole sfacciatamente sensuale dei siciliani. Di una cosa sono convinta: nessuna donna può dire di sapere cosa significhi essere davvero desiderata se non è stata guardata almeno una volta con concupiscenza da un siciliano. E allo stesso modo non può avere alcuna idea di cosa significhi essere spogliata con gli occhi, inchiodata da uno sguardo, indagata dal movimento rapace di una testa che scatta a fissarti mentre passi. C’è qualcosa nell’aria, in questo caldo torrido, nell’umidità, nell’abitudine alla bellezza e alla privazione anche, nel sangue che si mescola, nell’orgoglio di resistere alla dominazione e di trarne vantaggio, nel piacere di risorgere sempre, che rende questi uomini passionali e ardenti. Amano le donne, tutte e con tutte sono galanti e gentili, riconoscono loro una supremazia, ne omaggiano la femminilità, ne venerano la voluttà. E sai cosa mi sorprende? Che la maggior parte delle volte gli approcci non sono altro che una manifestazione d’apprezzamento, non ci sono altri fini immediati. E non chiedono accettazione o accordo, ma s’impongono fermi e cortesi, perché sanno che resistere ad un’ammirazione che nulla vuole in cambio è impossibile. Inevitabilmente sorriderai, concederai uno sguardo lusingato, scambierai due parole.

Lasciato lo scoglio al mare, abbiamo fatto una lunga passeggiata tra i vicoletti di Ortigia, lì dove si svolge il mercato: gli ambulanti bannianu – cioè richiamano i clienti urlando slogan o ripetendo litanie in rima – si rivolgono direttamente ad ognuno che sfila davanti al loro banco e mostrando le mani piene di uva o di tentacoli di polpo fresco ti invitano all’acquisto. E’ un tripudio di odori, aromi, rumori e colori. I mazzetti di rosmarino, l’aglio rosso, le cipolle bianche, le melanzane così grosse e viola da sembrare dipinte. Tutto ha un sapore diverso qui, più pieno, gustoso, rotondo, mi viene voglia di cucinare, di preparare sughi ed intingoli, di pulire quel pesce appena strappato al mare, di immergere le mani nei sacchi di pistacchi, di giocare con gli acini di uva nera, così allungati e stretti che sembrano orecchini. Guardavo un pescivendolo contrattare con una signora e mi è venuto in mente che questi ambulanti siciliani e immigrati sono i diretti discendenti di quei mercanti greci che si sono spinti su queste coste alla ricerca di nuovi posti con cui commerciare e luoghi da colonizzare. Qui il tempo sembra sempre sospeso, e tutto è in bilico tra occidente ed oriente, nord e sud del mondo e pure l’identità isolana è per ben delineata e riconoscibile. Non basterebbe guardare solo alla bellezza per evitare i conflitti? So che non è così, ma quando mi trovo in questi luoghi non posso fare a meno di pensare che la bellezza salverà il mondo, come dice l’ultimo dei formalisti, Todorov, sebbene di solito io pensi che sia fortemente rincoglionito ormai.14 agosto, 00.30

Sono appena rientrata, stasera fa caldo, l’aria è un po’ umida ma sopportabilissima. Ho fatto il giro dei locali, godendo della movida siracusana, sono andata anche in un locale fighettissimo, di quelli con i divanetti bianchi all’aperto, le tende, le candele profumate, il bar molto fornito dotato persino di barman acrobata come Tom Cruise in “Cocktail”, il dj e il pavimento su strada fatto di sassi di Siena, posto nella corte di una Chiesa medievale sconsacrata alla fine di un vicolo ripidissimo che ho percorso sui tacchi a spillo: cosa che mi ha quasi ucciso!
In realtà il posto sarebbe intollerabilmente fighetto se si trovasse a Roma o Milano, qui a Siracusa è solo un posto carino, dove i cocktail costano poco e le persone che lo gestiscono sono adorabili. La musica era piacevole poi.
Ho dato scandalo col mio vestito giapponese: è troppo per questa Sicilia in cui si respira sensualità nelle gocce dell’umidità nell’aria e ci si turba facilmente.
Sono sfinita, alla fine ho camminato scalza per un pezzetto prima di arrivare al B&B.

Viaggio in Sicilia #3

Wednesday 16 August 2006

13 agosto, 21.00 Rieccomi, ho una fame! Dobbiamo ancora decidere dove mangiare ma penso che stasera opteremo per qualcosa da consumare al volo perché siamo troppo stanchi per goderci una cena al ristorante, tanto qui nelle rosticcerie si trovano sempre cose deliziose: gli arancini al ragù, la focaccia, i calzoni, i pizzolli di riso. Domani invece mi aspetta il mitico Mariano con i suoi spaghetti al nero di seppia, il polpo alla luciana, la ricotta aromatizzata al pistacchio, il mandorlato e lo zibibbo a concludere tutto…Ortigia è piena di ristoranti, osterie, trattorie, wine bar, caffè, gelaterie, ogni vicolo ha il suo ritrovo, magari più di uno e hanno nomi bellissimi: “Il cenacolo”, “Le Baronie”, “Le antiche Siracuse”, e anche i nomi delle vie e delle piazze mi piacciono molto, in omaggio all’antica Grecia e alla Magna Grecia, al Regno di Siracusa, quando questa terra governava una vasta porzione di mondo.   

14 agosto, 1.45    

Praticamente non mi sento più le gambe.
Ho camminato a lungo stasera e ho commesso l’errore d’indossare i miei sabot col tacco sottile, non altissimo ma bastardo. Sono a pezzi.
Siracusa è sempre uno spettacolo, l’aria è fresca adesso, tersa, la gente passeggia, chiacchiera, beve, fa musica per le strade e ogni piazzetta è gremita e chiassosa ma di un chiasso piacevole, vitale, divertente. E poi i palazzi illuminati alla perfezione, si stagliano ad ogni angolo a fare da sfondo ad incontri e scontri. Ho mangiato seduta sui gradini di un negozio “Furla”: una fetta di pizza alla norma (pomodoro, melanzane, ricotta salata e prosciutto cotto) e poi, in una deliziosa piazzetta intitolata a San Rocco, compresa tra una chiesa e un castello privato, ho preso un bicchiere di Nero d’avola che mi ha dato alla testa e adesso non mi sento proprio benissimo: mi gira tutto e mi brucia la bocca dello stomaco e ho una leggera euforia che mi fa avere voglia di ballare! C’era la musica a tutto volume, pezzi fusion diffusi all’esterno che invece di coprire il chiacchiericcio e le risate li accompagnavano e ne seguivano il ritmo. Avrei dovuto mangiare qualcosa con il vino, non sono abituata e il bicchiere era ricolmo, a Roma un calice non è più di un dito. Mi sa che farò bene ad andarmene a letto va.

‘Notte.  

14 agosto, 9.00   Buongiorno, non ti pare meravigliosa la vita? 

So che ti stavi preoccupando, per cui ti comunico che ho risolto il problema della colazione: viene servita in terrazza, con una vista sul mare e sui tetti di Siracusa così bella da riempire il cuore. Qui è fresco anche oggi ma il sole è caldo: un connubio da terra dell’età dell’oro. Abbiamo preso croissant caldi, caffè, fette di torte, panini al cioccolato, macedonia, succhi di frutta, il tutto gustato con l’aroma del mare nelle narici tra vasi di azalee e profumo di zagare.
Adesso mi sto preparando per andare al mare, o meglio allo Scoglio, un posto di Ortigia dove ci si sistema proprio su uno scoglio gigante a strapiombo su un’acqua limpida e tersa. E poi dopo pranzo mentre D. andrà a fare i biglietti per domani, ché andiamo al mare dai miei, io me ne starò un po’ in stanza a ripassare tutta la bellezza che mi ha riempito gli occhi e che non è semplice da custodire. 
  

Viaggio in Sicilia #2

Wednesday 16 August 2006

13 agosto, 16.30

Sono sul treno per Siracusa, fa un caldo assurdo e l’aria condizionata non ne vuole sapere di funzionare. Sono sfinita. La visita al museo è stata troppo veloce, meritava almeno un paio d’ore e poi per andare in stazione ho dovuto percorrere quasi un km a piedi con trolley e borse varie perché non è passato il tram. La situazione dei trasporti qui in Sicilia è scandalosa. So già che a Siracusa spenderemo un patrimonio in taxi. Non mi lamenterò mai più della viabilità romana.
D. è stato carino a prendersi i miei bagagli, notoriamente più pesanti (porto con me anche cose che non metto mai, perché potrei aver voglia all’improvviso di indossarle) e pure la borsa del portatile, ma comunque è stata dura! Il treno ha più di un’ora di ritardo e per un viaggio di quasi tre ore per coprire meno di 200 km mi pare incredibile. Lasciare Messina mi ha straziato. Le palazzine Liberty, i motivi moreschi su balconi e facciate, i bovindi decorati e le finestre di vetro smerigliato e colorato sono una gioia per gli occhi. E poi le palme, le sirene delle navi che attraccano, il profumo delle focacce appena sfornate. La città si sta preparando per la festa di Ferragosto, sono anni che non vado alla processione della Vara. Poi te ne parlo.
Intanto mi preparo a rivedere Siracusa, solo il pensiero di tornare in una città così bella addolcisce il distacco dalla mia.

Stavolta abbiamo cambiato Bed&Breakfast, di solito scendiamo in uno su Corso Umberto, in una palazzina liberty di proprietà dei gestori, nobili decaduti. Le stanze sono deliziose, tutte ammobiliate con pezzi antichi e dettagli di gran gusto e la colazione poi è spettacolare, solo che è a quasi un km da Ortigia e spostarsi a piedi diventa faticoso. Così ne abbiamo preso uno centrale, proprio alle spalle di Piazza Archimede. La proprietaria però è antipaticissima, l’ho sentita al telefono e la volevo picchiare. Dall’accento pare una del continente, del nord del continente e mi spiace dirlo ma questo mi pare spiegare tutto! Noi qui abbiamo il sangue caldo e siamo stati dominati di popoli più diversi, siamo ospitali ed accoglienti, discreti ma calorosi.

13 agosto, 19.00

Sono arrivata.
E’ tutto come l’ultima volta che sono stata qui, del resto è passato poco più di un mese. Il taxi costa 10 € anche per portarti ad ottocento metri dalla stazione, autobus in giro non se ne vede quasi, la darsena risplende di sole e odora di mare e pesce, i palazzi ad Ortigia si ergono eleganti e bellissimi.
Adoro il Tempio di Apollo con le sue rovine stese accanto al mercato, lambito da una via piena di negozi lussuosi.
Arriviamo a Piazza Archimede, il taxi non può proseguire oltre, dobbiamo cercare di rintracciare il b&b e non ho voglia di chiamare i titolari. Ma non deve essere lontano. Mi chiamano loro e si confermano tutte le mie riserve: non saranno nella struttura, la dirigono a distanza, comunicano solo per telefono e per entrare in stanza (che è in una palazzina
deliziosa al centro di Ortigia a due passi da tutto) ho dovuto digitare un codice: mi sentivo Tom Cruise in “Mission impossible”, avevo paura che se l’avessi inserito sbagliato, visto che me l’ha detto una sola volta, mi avrebbero arrestato o la struttura si sarebbe autodisintegrata in cinque secondi. In compenso la stanza è carinissima e fresca dotata persino di tv satellitare. Mi chiedo solo dove venga servita la colazione e visto che non c’è nessuno a spiegarmelo andrò in ricognizione e al massimo li richiamo e li mando a quel paese via etere!

Viaggio in Sicilia

Wednesday 16 August 2006

12 agosto, 22.30
 
Ciao,
siamo arrivati. Il viaggio è stato estenuante, la Salerno-Reggio Calabria è  un’immensa ferita che lacera l’Italia e divide il nord dal sud più del reddito procapite o dei dialetti. Ci abbiamo impiegato tre ore da Napoli a Salerno e per più di metà del tragitto il contachilometri non ha mai superato i 60 km\h.
Tutto le dodici  ore di questo percorso sfibrante, per chi come me torna alle sue origini, è un lungo trattenere il fiato per poi respirare una volta salita sul traghetto. Ho l’impressione che finora mi abbia tenuto in vita l’ossigeno pompato nei polmoni da una macchina e solo adesso li sento gonfiarsi di aria pura e tersa. Da Scilla a Cariddi sono tre chilometri di nostalgia e di attesa. Ogni bolla di schiuma prodotta dallo scafo è un ricordo che ti assale, un odore, un sapore, colori di cui stare per riappropriarti. La marcia di avvicinamento è lenta, dolcemente inesorabile: con lo sguardo abbracci il porto, Cristo Re, la panoramica, la passeggiata, la fiera piena di gente, i ristoranti sul litorale, il viavai delle auto, le luci da presepe che animano i monti sullo sfondo e le ville sulla costa come i palazzi più all’interno. E poi quel faro che ti guida e la Madonnina che ti accoglie.
Sono tornata a casa.
 
13 agosto, 1.20
 
Messina è un passaggio obbligatorio per chi arriva in Sicilia dal continente, come i siciliani chiamano il resto d’Italia. Penso che anche chi viene qui dalla Sardegna sia considerato un continentale, che forse è più sinonimo di non siciliano che un connotato geografico puro e semplice. E’ un passaggio obbligatorio ti dicevo, eppure non ci sono strutture ricettizie: i B&B quasi non esistono e gli alberghi si contano sulle dita di una mano e non sono all’altezza delle stelle che vantano. Siamo scesi al Jolly, sul porto, di fronte Piazza del Municipio che adesso è illuminata benissimo ed è una piazza da vivere. Qui domani metteranno il Gigante e la Gigantessa, poi magari ti racconto chi sono. L’albergo è pessimo, si fregia di un tenore che non mantiene, millanta promesse che disattende. La camera è angusta, sa di stantio, c’è la carta intestata su una scrivania di fronte alla porta, ci arrivi in tre passi, e il telefono in camera, e il frigobar e persino un bigliettino di benvenuto immerso in un vassoio ricolmo di caramelle, però il bagno è poco confortevole e il copriletto è di un tessuto sintetico e di un colore acceso ormai scolorito dall’uso. Le finestre sono sprangate. E dubito che prenotando nell’altro 4 stelle della città la situazione sia migliore. Forse non vogliono che ci si fermi qui. Si deve passare, guardare e non toccare, lasciare la città a chi ci vive. Però così muore ogni anno un po’.
 
Ho fatto una passeggiata notturna, siamo stati troppo tempo seduti in quell’auto. Fuori dall’albergo le considerazioni sulla città che muore e non accoglie un po’ si perdono. Sono stupita. Messina è bellissima, vitale e colorata era moltissimo che non la vedevo così. Negli ultimi due anni, in cui io me la sono persa, è diventata una città piena di posti e attrazioni, c’è gente per strada, musica, locali a la page.
Il Duomo è stato ristrutturato e con lui tutta una serie di palazzi storici e monumenti. Me ne sono innamorata di nuovo, come vedere l’amante per la prima volta dopo tanto tempo in cui lo si guardava senza vederlo. Non sarei tornata in albergo, avrei continuato a camminare, a guardare a meravigliarmi. In piazza Duomo sembra di stare a Capri, ma intorno c’è la storia e l’arte, la Fontana d’Orione, il Campanile (domani a mezzogiorno il leone tornerà a ruggire come ogni giorno da secoli), la Matrice, come chiamano il Duomo i messinesi).
Buonanotte

 

S

 

Vado, questa volta ho deciso che vado

Thursday 15 June 2006

Domani si torna qui:

A veder – tra l’altro – anche la rappresentazione teatrale de Le Tròadi (o Le Troiane) di Euripide. Ci si sente la prossima settimana.

Ecuba: Non c’è amante che amor sempre non serbi.

Si parte (e si torna)

Saturday 6 August 2005

“Le cose più belle sulla Sicilia sono state scritte da viaggiatori stranieri che arrivavano dal Nord e vedevano in questi luoghi un mito che non poteva tramontare nonostante la malignità dei tempi. Mito che persiste e consiste ancora oggi nei viaggi recenti di Peyrefitte e di altri stranieri qui in Sicilia, contrariamente a quello che i giornali tendono a rappresentare, non vede la mafia, forse perché la mafia sa sempre spostarsi e nascondersi, e invece vede la bellezza e vede che la bellezza prevale sulla mafia; e si chiede perché della Sicilia soltanto l’immagine negativa e violenta debba continuare ad essere diffusa nel mondo e non piuttosto l’immagine di una grandezza ancora presente. La Sicilia resta la Sicilia della civiltà: quella di Antonello [da Messina], della cultura greca, di Pietro Novelli, di Filippo Paladini. Quando penso alla Sicilia penso a un luogo che è stato violentato dall’inciviltà e dall’incultura del nostro tempo, come il lago di Pergusa, dove ancora vive, negli odierni inferi, Proserpina. O come la Cattedrale di Enna, chiesa fortezza in cui si stringono Rinascimento, maniera e barocco.”

Vittorio Sgarbi, Lezioni private, Mondadori, 1996.