Archivio della Categoria 'Stilos'

E torniamo a parlare di libri…

Wednesday 5 September 2007

… che io ho un sacco di argomenti da sviscerare sui libri, si sa.

E lo facciamo con un romanzo su cui avevo delle perplessità che poi ho risolto.

Francesco Fagioli, romano, classe 1961, esordisce con un romanzo ambizioso, Un certo senso, che subito viene selezionato per il premio Strega e inserito nella rosa dei tredici titoli da cui è stata poi scelta la cinquina finalista (e in cui Fagioli purtroppo non compare). L’editore è Marsilio, la collana “Marsilio X” curata da Jacopo De michelis. Il libro ha potuto contare sul sostegno de iQuindici (www.iquindici.org), il gruppo di lettori residenti della “Wu Ming foundation”, che l’ha scelto tra centinaia di manoscritti di esordienti e l’ha proposto all’editore veneziano.

Fin qui la vicenda editoriale di questo romanzo coraggioso e originale che mal si presta a essere ingabbiato in un genere letterario preciso. “Un certo senso” è infatti – nello stesso tempo -: un romanzo epistolare anomalo, la stramba biografia di un uomo sull’orlo di una crisi di nervi, un giallo curioso e – a tratti – persino una riflessione sullo stato dell’arte contemporanea. Ma andiamo con ordine.  

E’ senza dubbio un romanzo epistolare perché, dopo un breve prologo, si snoda per ben sessantun lettere raccomandate con le quali Antonio Senso, il protagonista, inquilino di un condominio romano in Piazza erba 16 all’interno 7, si rivolge all’amministratore dello stabile, inizialmente per lamentarsi d’un problema di esalazioni miasmatiche nel suo appartamento. Ma, come romanzo epistolare, è anomalo perché questa corrispondenza è a senso unico: ci sono solo le missive dell’inquilino che per di più non le spedisce mai.

Il romanzo è dunque un “monologo per raccomandata” in cui si rivela sin dall’inizio l’estrema solitudine dello scrivente, che riversa nelle sue lettere l’intera propria esistenza: ma tale corrispondenza rimane irrealizzata, come a testimoniare un assunto d’impronta kafkiana per cui – se si vuol raccontare – è necessario, da una qualche parte, un interlocutore: ma questa “parte” può anche essere del tutto immaginaria, luogo della mente separato dal mondo. Le lettere di Antonio Senso sono un ben triste spaccato esistenziale, stemperato da un’ironia grottesca e quasi salvifica: persino i personaggi in esse evocati risultano in qualche modo gelidi, astratti, presenze fantasmatiche più che ritratti umani. La stessa Anna, fidanzata di Antonio, le cui esigenze consistono in quanto di più carnale si possa immaginare (“Voglio scopare con due uomini insieme”, gli annuncia a un certo punto) è una vaga presenza scenica piuttosto che un personaggio a tutto tondo: tant’è ch’ella svanisce nel “diradarsi degli amplessi”, senza una scena madre, senza una lite, senza un addio.

Una solitudine assoluta quella del protagonista, forse ricercata più che temuta e il finale del romanzo – che scorre sul filo dell’ambiguità, del “non detto”, del “suggerito e poi smentito” – non consente di conoscere la vera natura della vita e della morte di Antonio Senso e tanto meno le ragioni del suo isolamento. E qui il romanzo diventa una biografia, e le lettere sono tutte variazioni sul tema della sua follia, e persino un giallo, perché c’è un delitto, lo si intuisce dal prologo basato su alcuni rapporti dei carabinieri, una vittima, sicuramente un colpevole, ma non è detto che vittima e carnefice non coincidano: e, se di “giallo” si deve parlare, ciò vale nel senso di un’indagine a carattere esistenziale anziché poliziesca, legata cioè al mistero che circonda una vita, lo stesso mistero della vita di tutti.  

Notevole nel romanzo è l’atmosfera che Fagioli crea con queste raccomandate, il mondo che riesce a racchiudere in poche pagine, ognuna ossessivamente ripresa nella successiva e poi ampliata con ulteriori dettagli, deliri, confessioni. Antonio Senso è un artista, frustrato da un mondo che non ha pulsioni estetiche e che si conforma al gusto dominante, forse da qui la sua lucida follia (o la sua allucinata ragione) e ricerca la perfezione anche nella stesura di una raccomandata che diventa dunque un’altra sua opera d’arte, l’ultima, l’incompiuta.

La narrazione ricorre a un tono umbratile da racconto di fantasmi ad un’intenzione gotica che coinvolge innumerevoli dettagli: il cane di Lucilla Frasti (una delle inquiline del condominio) si produce nell’ascensore in “ringhi sinistri”, “guaiti e latrati agghiaccianti”; nell’appartamento di Antonio Senso è inutile spalancare le finestre perché “non un alito” arriva a “tagliare il nembo dell’afa” in cui il protagonista si sente soffocare, annegare; la figlia del signor Lodolce esibisce “occhiaie giallognole”; la morte immaginata di un poeta segue inevitabilmente “una lunga agonia”. Ma questi toni sinistri, a tratti persino sepolcrali, si mescolano ad una parlata da erotomane, a un voyeurismo che contamina quasi ogni lettera: per cui Antonio Senso immagina continuamente le sue conoscenti e vicine di casa impegnate in attività e immaginazioni quanto di più lubriche.

L’alternanza dei toni, carnale e sepolcrale, e uno spiccato senso dell’ironia, del tragico che diventa comico, del grottesco che crea tensione, conferisce al linguaggio di Senso/Fagioli la capacità di librarsi tra Eros e Tanathos, di raccontarci l’identità di qualcuno che desidera assistere e partecipare alla vita, eppure ne è tragicamente distante.  

Su “Stilos” del 28 agosto

Le parole che non hai letto

Friday 8 June 2007

Ha scritto il poeta inglese William H. Auden in “The Dyer’s Hand” (“Il jolly nel mazzo”, Garzanti, 1972): “Ci sono dei libri ingiustamente dimenticati, non ce ne sono di ingiustamente ricordati”. Se sulla seconda asserzione possono esserci legittimi dubbi, chi potrebbe smentire l’assunto che la precede?

Il mondo è pieno di libri dimenticati, sommersi e ormai sconosciuti, che spariscono dagli scaffali delle librerie per finire – quando va bene – sui banchi dei mercatini dell’usato e tra i remainders, a meno che qualche piccolo editore volenteroso non li salvi dall’oblio, spesso però con ristampe limitate nella tiratura, infelicemente esposte o mal distribuite. Sono libri sottratti al lettore: non solo testi minori di grandi artisti o di scrittori poco noti, ma opere ormai storicizzate che non vengono ristampate da decenni e capolavori stranieri che non vengono tradotti (o ri-tradotti).

Di recente l’Adelphi ha rispolverato “Santuario” di Faulkner, un classico moderno, che era irreperibile in libreria dall’edizione Garzanti dell’86. La Sellerio sta riconsegnando al pubblico i romanzi di William R. Burnett –  inventore della cosiddetta “caper novel” (ovvero romanzo della grande rapina) con “Giungla d’asfalto”, la cui ultima edizione pervenuta era del 1974 nei Gialli Mondadori –; le opere di Annie Vivanti, vivace scrittrice, nota soprattutto per la scabrosa relazione con Giosuè Carducci e, a più di vent’anni dalla morte, l’opera omnia del giornalista e narratore russo Sergej Dovlatov.

Per Neri Pozza è stato tradotto dopo oltre un trentennio il magnifico e scandaloso “Ginger man” dell’irlandese James P. Donleavy; mentre per Einaudi proprio negli ultimi anni sono uscite le prime edizione dei romanzi di Magda Szabò, scrittrice ungherese di fama mondiale, conosciuta in Italia per una sola opera (irreperibile, ça va sans dire), “L’altra Ester”, pubblicata da Feltrinelli nel 1964 e successivamente distribuita dal “Club degli editori”.

E ancora recuperando: Marcos y Marcos si sta dedicando al revival di Ring Lardner; Adelphi propone per la prima volta in Italia gli scritti dell’intensa e sfortunata autrice ucraina Irène Némirovsky; e Fazi scopre Dawn Powell, definita da Gore Vidal come “la nostra migliore scrittrice della seconda metà del secolo”.

Per giocare in casa, oltre allo sdoganamento del manualetto futurista di Filippo Tommaso Marinetti, “Come si seducono le donne e si tradiscono gli uomini”, ripubblicato da Vallecchi nel 2003 a novant’anni dall’esordio, ci pensano soprattutto i “Meridiani” Mondadori (insieme a corposi “Antimeridiani”) a riscoprire autori nostrani trascurati, da Luciano Bianciardi a Luigi Meneghello a Domenico Rea.

Questo elenco dimostra come a subire l’ostracismo del circolo editoriale siano anche grandi autori e opere ammirevoli; e come intere generazioni vengano private di letture che per i genitori e i nonni sono stati dei “classici”.

Gli esempi citati sono così dei veri e propri “recuperi letterari”, che però non esauriscono il panorama dei “sommersi e sconosciuti”.

Erskine Caldwell, scrittore americano esponente della cosiddetta “letteratura sociale”, ha venduto ottanta milioni di copie dei suoi libri nel mondo ed è stato tradotto in 43 lingue eppure in Italia al momento sono reperibili solo tre dei suoi innumerevoli romanzi, mentre di decine di racconti, diverse opere di nonfiction e una raccolta di poesie non si hanno tracce qui da noi. Sfortunata anche Pearl S. Buck, le cui opere – a parte qualche titolo sparso – non risultano pervenute dalle lontane edizioni Mondadori degli “Oscar” anni ‘70 e ‘80; ma ancor peggio è andata a Sinclair Lewis, del quale è stato pubblicato negli ultimi quarant’anni solo “Babbitt” (Tea, 1997).

Riflettori spenti dal ’74 per “Lascia che accada” di Paul Bowles, nell’olimpo degli scrittori americani insieme ai più grandi della sua generazione, da William Burroughs ad Allen Ginsberg, da Truman Capote a Tennesse Williams, più conosciuto forse per la paternità del “Tè nel deserto” sebbene meno maturo e solido del romanzo sommerso.

Quanti hanno letto Sherwood Anderson negli ultimi vent’anni? E “Jules e Jim” di Henri-Pierre Roché? E Jorge De Sena (vivamente consigliato il suo racconto “La finestra d’angolo” pubblicato oltre dieci anni fa da Sellerio, ma originariamente contenuto nella famosa raccolta “Scorribande del demonio”)? E  “La nobile arte di farsi dei nemici” del pittore James McNeill Whistler, classico della letteratura inglese oltreché acuta riflessione sull’arte e il suo rapporto con la critica, pubblicato solo nel 1988 dalla casa editrice Lubrica?

 E quanti sanno che “C’era una volta in America”, capolavoro di Sergio Leone, è l’adattamento cinematografico di un libro, “Mano armata” di Harry Grey, perdipiù largamente autobiografico? Molto pochi sicuramente, visto che l’ultima edizione italiana del libro è del 1983, per Longanesi.

Misconosciuto ai più è O’Henry (pseudonimo di William Sydney Porter), considerato il padre della moderna short story americana (ogni anno il miglior racconto statunitense viene addirittura premiato con il prestigioso riconoscimento che porta il suo nome), eppure pochissimi dei suoi racconti sono stati tradotti in italiano, tutti introvabili ormai ad eccezione di quelli raccolti in “Marionette” pubblicato da Tranchida Editore nel 1998, che a scavar bene nei mercatini dell’usato può saltar fuori all’improvviso.

Stessa sorte per l’omologo inglese di O’Henry: V. S. Pritchett, un genio della novella d’oltremanica che in Italia è presente con due soli racconti tradotti da Adelphi, già da tempo ormai. Ed è inutile chiedersi poi quanti conoscano La Formula di Origine di Johannes Mario Simmel, curioso romanzo ambientato subito dopo il bombardamento di Vienna del 1945, scritto nel 1949, pubblicato in Italia dalla Sonzogno alla fine degli anni ’60 e mai più ristampato. E “La camera cinese” di Vivian Connell? Una vera chicca da bibliofagi che meriterebbe un destino migliore: è stato pubblicato in Italia per l’ultima nel lontano 1967 da Garzanti.

Veniamo alle patrie lettere.

Molto più che attraverso i suoi romanzi, dalla “Controfigura” a “Esterina” a “Il congresso”, è leggendo “Le stanze” di Libero Bigiaretti – un non-romanzo di matrice autobiografica in cui l’autore attraverso la finzione narrativa ripercorre aneddoti e incontri della sua vita – che non si può fare a meno di chiedersi come sia stato possibile dimenticare quest’acuto scrittore marchigiano. E’ infatti con “Le stanze” che appare subito chiaro come Bigiaretti sia stato una figura centrale del nostro panorama culturale.

E che fine ha fatto Carlo Bernari? Se ormai non è più complicato reperire “Tre operai” (ristampato però solo di recente per gli Oscar Mondadori) la sua opera più importante, è invece del 1976 l’ultima edizione di “Domani e poi domani”, crudele storia di un amore impossibile sullo sfondo dei disordini causati dal fallimento della politica agraria nel Sud d’Italia; ed è quasi improbabile da scovare, persino tra i remainders, “L’ombra del suicidio”, pubblicato postumo da Newton Compton, straordinario romanzo breve dalle atmosfere vagamente kafkiane. Completamente dimenticato è anche “La dura spina” di Renzo Rosso, autore fortemente in debito con Italo Svevo, intenso romanzo incentrato sulla figura capricciosa e dolente di un artista, scritto in una prosa raffinata e lussuosa, che non meriterebbe l’oblio in cui è caduto.

Si pensi infine a Giorgio Saviane, Guido Piovene, Ottiero Ottieri, Giovanni Arpino, Carlo Castellaneta, Ernesto Ragazzoni, Mario Tobino, Giuseppe Antonio Borghese, Alberto Savinio, Giacomo Debenedetti, Bruno Tacconi, Lucio Mastronardi: quanti dei loro libri si trovano ancora nelle librerie italiane?

 E non sempre è necessario andare troppo lontano nel tempo per individuare libri (già) dimenticati.

Due esempi per tutti.

 Il primo è “Ai margini del caos” di Franco Ricciardiello: romanzo intelligente e sofisticato, premio Urania nel 1998 e poi scomparso dalle librerie a dispetto del buon successo di pubblico (13.500 copie vendute) e della pubblicazione in Francia per la casa editrice Flammarion. E poi “Tuta blu” di Tommaso di Ciaula, un commovente ritratto della condizione operaia, pubblicato da Feltrinelli nel 1978, accolto calorosamente da critica e pubblico, tradotto in tutt’Europa, riadattato per il teatro e per il cinema, e inspiegabilmente sparito per oltre trent’anni, fino alla recente ristampa con l’editore veneto Zambon: forse però questo libro merita qualcosa di più. 

Quanto alle cause che hanno costruito il “cimitero dei libri dimenticati” (al centro del fortunatissimo romanzo di Carlos Ruiz Zafón “L’ombra del vento”, Mondadori, 2004), se è pur vero che il mercato e la questione delle vendite incida in parte nelle scelte editoriali, e sebbene possano intervenire anche questioni inerenti i diritti d’autore ed eventuali problemi di traduzione, quello che influisce maggiormente sulla “scomparsa dei libri” è soprattutto la “memoria corta” degli operatori editoriali, coniugata ad una cultura del libro da fast-food: oggi in Italia vengono pubblicati circa 170 libri al giorno (fonte: Maria Novella De Luca, “La Repubblica”, 15 marzo 2007) – che nella maggioranza dei casi rimangono sugli scaffali per un tempo sempre più ridotto – e negli ultimi dieci anni sono stati ritirati dalla circolazione 377mila titoli. Con questi standard magari può sembrare complicato dedicarsi ad operazioni di “recupero” non in sintonia con le mode del momento, ma così facendo non si tiene conto del fatto che gli autori “sommersi e sconosciuti” sono nella stragrande maggioranza dei casi dei campioni, dei cavalli di razza su cui varrebbe la pena scommettere.

Per mere ragioni di pragmatismo poi sarebbe bene cavalcare la tendenza alla riscoperta che s’intravede nel comportamento del lettore negli ultimi anni – forse sollecitato dall’uso dell’internet che favorisce lo scambio d’informazioni tra gli utenti (le vendite di libri on line sono salite di oltre il quaranta per cento nell’arco di cinque anni)-, che affolla le fiere e i negozietti dell’usato alla ricerca della “perla rara”. In questo senso si sono mossi piccoli editori come il già citato Tranchida, che per primo ha scoperto Ring Lardner; la Robin edizioni che ha una collana intitolata proprio “Libri ritrovati”; la Galaad edizioni che ha scoperto la statunitense Kate O’Flaherty Chopin (1850-1904), inedita in Italia ma molto famosa in patria; o Minimumfax che ha creato la collana “Miminum classics” in cui propongono soprattutto autori inediti che però vengono considerati ormai dei classici contemporanei da Richard Yates a John O’Hara (autore del bellissimo “Appuntamento a Samarra”).

Addirittura la Biblioteca comunale Renato Fucini di Empoli ha creato una sezione del sito internet dedicata alle segnalazioni degli utenti, chiamata “Libri belli e dannati”, dedicata “alla scoperta di libri dimenticati e sconosciuti, ma imperdibili”.

Sono decine le piccole case editrici che s’impegnano a liberare dalla polvere volumi da restituire al loro pubblico (ma il problema rimane sempre la distribuzione e la visibilità in libreria) forse perché convinti che perdersi per strada pezzi di storia della letteratura è un delitto che nessuna strategia di marketing può giustificare. O forse, più realisticamente, perché non hanno molto da perdere rischiando.

 Diceva Gesualdo Bufalino: “Che ci vuole a scrivere un libro? Leggerlo è fatica”. Ma pure trovarlo, a volte, dà il suo bel daffare.

Da Stilos del 29 Maggio

Un Peter Pan cresciuto suo malgrado?

Sunday 6 May 2007

Non leggo mai le recensioni di altri su libri di cui ho scritto (a dire il vero leggo solo le recensioni di pochissimi critici e recensori, meno di cinque credo, per restare tra i compatrioti), lo faccio solo nel caso di pezzi dei miei critici preferiti.

Oggi però un mio pezzo su Niente da ridere di Livio Romano (Marsilio) era impaginato proprio sotto quello (inerente lo stesso libro) di un altro autore (Antonio Gurrado) e non ho potuto non leggerlo (anche perché c’era tutta una storia dietro: questioni editoriali) e per una volta mi sono trovata personalmente in mezzo a una di quelle situazioni che spesso si rimproverano alla critica italiana e ai vari recensori: un eccessivo divario tra lodi sperticate e appunti polemici, tra corse al riconoscimento del capolavoro e stroncature impietose e devo dire che la cosa mi ha perplesso e da lettrice ho provato un po’ di disagio: come si può leggere un libro e ricavarne impressioni così diverse? E non si parla di sensazioni personali, interpretazioni soggettive, ma proprio di elementi del romanzo e della storia che dovrebbero essere palesi e indiscutibili, il commento poi va da sé, sebbene anche nel commento l’arbitrarietà del giudizio dovrebbe sempre essere sostenuto da argomenti verificabili.

Non so dove voglio andare a parare con tutto questo e mica dico che l’altro pezzo fosse brutto o che la mia sia l’unica interpretazione corretta (lo penso ma non lo dico!) – oggi va così – (e nei due pezzi a confronto poi, non c’era un divario netto come tra lode e stroncatura e sebbene io sia stata più cauta e l’altro abbia scomodato addirittura Filottete per introdurre il protagonista del romanzo di Romano, in generale non abbiamo proprio letto due libri diversi), però da quando ho letto i due articoli mi sono scartabellata tutti i pezzi che ho scritto per cercare esagerazioni e giudizi infondati o non sufficientemente argomentati, stroncature pregiudiziali, lodi eccessive e in generale – a parte un paio cui sono legata sentimentalmente, e solo per questo – li riscriverei tutti ex novo, ma non perché non corrispondenti a una verità che credevo di aver rintracciato in quei libri e che dunque ho sostenuto onestamente pur senza pretesa di universalità, ma perché avrei potuto scriverli meglio.

Si conclude qui questo mio momento ombelicale che ritengo sia da imputare alla recente lettura di un libro di Libero Bigiaretti, Le stanze, in cui lo scrittore romanza se stesso e la propria letteratura e tutta la propria vita usando la memoria come uno strumento euristico. Non si ripeterà mai più, lo giuro. Di Bigiaretti invece ne riparliamo, di nuovo.

Livio Romano, “Niente da ridere”, p. 359, euro 17, Marsilio, 2007

Per fortuna che i libri non sono la vita, perché se dovessimo stare ai romanzi dei nostri scrittori (più o meno giovani che siano) il ritratto dell’uomo italiano dei giorni nostri sarebbe dei più desolanti: immaturo, irresponsabile, precario per indole e vocazione, infantile, egoista (non che le donne trovino più comprensione nelle patrie lettere, beninteso).

E così, per distinguersi, la campagna stampa di “Niente da ridere” – ultimo romanzo di Livio Romano pubblicato da Marsilio nella collana “X” – recita: “[siete] stufi di leggere storie di trentenni dimissionari, precari?. […] Credete che la narrativa italiana […] dovrebbe raccontare anche le vite dei trentenni che hanno messo su famiglia, la famiglia media italiana, della gente (la stragrande maggioranza) che vive in piccoli centri? […] Ecco il romanzo che fa per voi”.

In effetti il trentacinquenne Gregorio Parigino, protagonista di “Niente da ridere”, non è un single: ha messo su famiglia, ha un lavoro fisso, possiede più di una casa, un paio di automobili, persino un conto in banca a cui attingere e sicuramente non soffre di solitudine. E poi è un tipo con vari interessi e mille impegni.

Eppure anche Gregorio, alter ego del suo autore – come lui insegnante d’inglese presso una scuola elementare, salentino e giornalista – non fa eccezione e non sfugge al luogo comune di una generazione in fuga costante. All’inizio del libro lo troviamo incastrato nelle lamiere della sua auto dopo una carambola quasi mortale dovuta alla fretta di tornare a casa dal buen retiro in cui si nasconde per poter scrivere in pace. Quando non scappa in campagna, cerca sollievo in una tana meno ingombrante e bucolica: una pillola di Alzaprolam, un ansiolitico cui ricorre di continuo “contro il logorio della vita moderna”.

E ancora, non sono forse goffi tentativi di evadere, quei continui approcci con una bella venditrice di torrone più giovane (e forse ancora più inguaiata) di lui, con cui non riesce però ad andare oltre a numerose prove tecniche di tradimento?

Gregorio è un uomo in fuga da una vita che ha scelto ma gli sta stretta, da responsabilità di cui si bea ma non riesce a gestire, da un ruolo che gli piace ma che in fondo non si sente tagliato a ricoprire: e allora la ricerca di anodini per sopportare il male di vivere, chimici o naturali che siano, diventa la soluzione per non doversi sottrarre del tutto ai suoi doveri. Ma pur sempre di una fuga si tratta.

E dopotutto: come dargli contro? Gregorio ha una famiglia scombinata in cui i parenti, acquisiti e non, si aspettano dedizione e abnegazione; ha amici squinternati incapaci di vivere la propria vita e che cercano una guida e un appiglio a cui aggrapparsi; e poi ulteriori amici, ancor più dissennati, che vogliono cambiare il mondo e che hanno tutta l’intenzione di servirsi di lui come un ariete per aprirsi dei varchi nei centri del potere. E le bambine da cambiare, il cane da portare a spasso, il mutuo da pagare, gli articoli da scrivere, gli studenti da istruire, una moglie a cui rendere conto, così diversa da lui e così piena di mute richieste: Gregorio quindi deve essere all’altezza, deve essere pronto, deve essere presente.

“Niente da ridere” non è poi così diverso in fondo, dai romanzi di vita precaria degli ultimi anni, ma a distinguere il libro di Romano c’è una buona dose di ironia che alleggerisce ogni cosa, un sense of humor vulcanico e travolgente attraverso cui l’autore filtra le contraddizioni della società civile, della famiglia moderna, della politica. E anche se a volte si cade nel qualunquismo: “come se non sapessi che chiunque vincerà saprà ben farsi gli affari propri prima ancora che quelli della civitas” – dice Gregorio commentando la sua discesa in politica nelle comunali del suo paese per i Verdi, le vicende tragicomiche di questa quotidianità eroica tengono il lettore incollato alla pagina, curioso di sapere come Gregorio riuscirà a mettere ordine al caos che lo circonda.

Il merito è anche di uno stile personale e consapevole, non privo di intuizioni brillanti e immagini ben congegnate che confermano le promesse fatte nei libri precedenti: “Mistandivò” (Einaudi Stile Libero, 2001) e “Porto di mare” (Sironi 2002), in cui l’autore già mostrava di saperci fare con le parole.

“Niente da ridere” però è un’opera molto diversa dalle precedenti, meno sperimentale, più tradizionale nell’impianto narrativo e nel linguaggio, più matura anche per certi versi. Qui Romano ricorre a una narrazione in prima persona molto aderente ai pensieri del protagonista, in cui ragionamento, sentimento e azione si alternano senza pause, e a tratti si sovrappongono: Gregorio Parigino passa da un dialogo a una riflessione estemporanea, dal resoconto delle proprie attività quotidiane – qui elevate al rango di “epica domestica” – al dialogo interiore col padre (figura con la quale egli costantemente si confronta, col risultato di farne un modello, pur con tutti i limiti del caso dovuti alle oggettive colpe del genitore, e ai risentimenti che ogni figlio inevitabilmente prova). Ciò che viene fuori è un ritmo serrato, a tratti convulso, della prosa; una sovrabbondanza di dettagli descritti uno di seguito all’altro, quasi a voler togliere il fiato al lettore e il risultato è l’affresco di un ambiente in cui ogni cosa appare iperreale, eccessiva per troppa intensità, e inequivocabilmente barocca.

Contrariamente a quanto sostenuto da più parti, è modesto invece il ruolo dello scorcio d’Italia meridionale su cui si staglia la vicenda: diversamente da quanto succede nei suoi libri precedenti, in “Niente da ridere” il Sud è una quinta scenografica, un puro sfondo, al punto che l’ambientazione e il feeling del libro di Romano hanno un sapore che ci riporta, più che alle narrazioni storicizzate a cui di solito di pensa quando si parla di “scrittori del Sud” (dalle “Terre del Sacramento” a “Cristo si è fermato a Eboli” e via discorrendo), all’Inghilterra sgangherata e autoironica del Nick Hornby di “Come diventare buoni”: non a caso, forse, il libro termina sulla conclusiva fuga in terra d’Albione del protagonista in compagnia di moglie e figlie, quasi una sorta di cortocircuito narrativo che riporta il romanzo a una terra di cui ha preso in prestito le atmosfere.

Su “Stilos” in edicola

Cronisti d’assalto

Friday 4 May 2007

Seguito ideale del prontuario “Il giornalista quasi perfetto” (Garzanti, 2004), arriva in libreria “Tredici giornalisti quasi perfetti”, pubblicato sempre da Garzanti, con l’ottima traduzione di Nazzareno Mataldi. L’autore è naturalmente ancora David Randall, tra i migliori giornalisti inglesi, cronista sempre on the road e in prima linea, oggi senior editor del settimanale “Independent on Sunday” di Londra e prestigiosa firma del settimanale “Internazionale” (periodico italiano che pubblica articoli provenienti dalla stampa mondiale).

Se “Il giornalista quasi perfetto” era una sorta di manuale per il provetto reporter, che attraverso aneddoti e riflessioni rintracciava i doveri e le caratteristiche fondamentali per ogni cronista che si rispetti, “Tredici giornalisti quasi perfetti” è invece la parte dedicata ai cosiddetti “case studies” dell’ideale corso preparatorio alla professione tenuto da Randall: quella in cui si passa agli esempi, all’attuazione dei principi teorici espressi in precedenza. Così Randall ricerca, scava e seleziona e alla fine mette in piedi una vera e propria redazione olimpica che incarni tutte le virtù del suo reporter d’elezione e ne racconta le vicende personali, che spesso s’intrecciano con i maggiori e più drammatici eventi della storia mondiale.

I tredici giornalisti di Randall sono dieci uomini e tre donne, tutti occidentali, per lo più statunitensi (Randall comunque tiene a sottolineare nell’introduzione che “in questo libro ognuno rappresenta solo il proprio talento e il proprio lavoro. Il sesso, l’aspetto, le preferenze sessuali e i precedenti culturali non hanno giocato alcun ruolo nella selezione”), tutti esponenti della carta stampata, attivi tra l’800 e la fine del ‘900 e che hanno sempre lavorato da soli: per cui non deve stupire più di tanto l’esclusione di Bob Woodward e Carl Bernstein, i giornalisti del “Watergate”, che produssero sì una straordinaria inchiesta destinata a cambiare il volto della politica statunitense, ma operarono in coppia.

I tredici campioni dell’informazione vengono presentati in ordine di preferenza secondo la personale graduatoria dell’autore, che assicura: “nei cronisti che reputo meritevoli di stare nel mio libro io cercavo alcune qualità […] e possederle tutte, a un livello alto, è il criterio che mi ha consentito, in questa ricerca, di separare il grano dal loglio”.

Da William Howard Russell (1820-1907) a Ernie Pyle (1900-1945), da Januarius Aloysius MacGahan (1844-1878) ad Ann Leslie (1941-), tutti questi cronisti secondo Randall hanno (avuto) intensa curiosità nel condurre ricerche, ferma volontà di superare qualunque ostacolo nella ricerca della notizia, una notevole capacità di interpretare il materiale a disposizione e una scrittura brillante e fresca, che non pretende mai di diventare letteraria (scrive Randall in proposito: “Il giornalismo non è letteratura ma, in fondo, neanche gran parte della letteratura lo è”).

Scelti i magnifici tredici, Randall passa a raccontare la storia di ciascuno. Tra viaggi avventurosi, articoli spediti per posta che arrivano anche settimane dopo l’invio o dettati per telefono, minacce della malavita, inseguimenti, inchieste sotto copertura, pressioni politiche e direttori d’assalto, scopriamo uomini e donne che hanno scritto la storia del giornalismo, che senza l’aiuto della tecnologia ma con massicce dosi di coraggio e intraprendenza hanno rivoluzionato il modo di fare informazione. Insieme alle tre donne – Edna Buchanan, “il miglior cronista di nera mai esistito”; Nellie Bly “il miglior cronista infiltrato nella storia”; e Ann Leslie, “il cronista in assoluto più versatile”, una menzione campanilista – tra tutti questi giganti del cronismo estero – va a Camillo Cianfarra, un giornalista italiano che ha svolto un ruolo fondamentale nell’inchiesta di Georges Seldes (“l’uomo che diede fastidio ai potenti”) sull’omicidio Matteotti, in seguito alla quale fu provata la responsabilità diretta di Mussolini – che anni prima era stato collaboratore free lance dello stesso Seldes – nell’omicidio. Una volta che l’articolo venne pubblicato, Seldes fu costretto a lasciare l’Italia e in seguito ottenne una promozione, mentre Cianfarra fu quasi ridotto in fin di vita da uno squadrone di camicie nere e non si riprese mai più.

Pieno di aneddoti godibili, episodi degni dei migliori film d’azione, citazioni dagli articoli più significativi di ogni reporter (molto bravo Mataldi a rendere perfettamente lo stile e il linguaggio dei pezzi più datati), intelligenti riflessioni sul ruolo dell’informazione e della libertà di stampa nel corso degli eventi mondiali, “Tredici giornalisti quasi perfetti” è un inno privo di retorica all’onestà e all’indipendenza del giornalismo d’inchiesta, che oltre a riportare i fatti deve cercare sempre di smuovere le coscienze per richiamare tutti all’assunzione delle proprie responsabilità. Chi volesse poi intraprendere la carriera pericolosa del cronista d’assalto alla vecchia maniera, tenga bene a mente le regole auree stabilite da Randall. “Primo: essere onesti. Secondo: Non smettere mai di fare ricerche. Terzo: Rendersi conto che, per quanto si sappia su un tema specifico, non si saprà mai tutto”; e ancora: “Chiedere, chiedere, chiedere. Anche a costo di passare per stupidi”. E chissà che, seguendo queste supreme norme, non ottenga di essere inserito nel prossimo “dream team”. 

Su “Stilos” in edicola

Ecco l’agnello di Dio

Sunday 15 April 2007

C’è libro più appropriato per questi giorni, dell’Orologio degli angeli di José Rico Direitinho?

No, quindi ecco il pezzo che accompagna l’intervista che – come già accennato – ha concesso a me e a Davide per “Stilos”, ogni due martedi in edicola. (L’intervista è uscita solo a mio nome per problemi d’impaginazione).

E Buona Pasqua a tutti, comunque la pensiate e qualunque credo professiate (o meno).

 

Mentre eventi sanguinosi e omicidi efferati segnano l’avvicendarsi del regime liberale alla monarchia costituzionale in un Portogallo ferito da una terribile guerra civile, si consuma il dramma di Afonso Aires de Navarra.
Questa, a grandi linee, la storia narrata da José Rico Direitinho in “L’orologio degli angeli”, (secondo libro dello scrittore portoghese a sbarcare in Italia dopo il bellissimo “Breviario degli istinti malvagi”, pubblicato da Einaudi nel 2005), scritto nel 1997 e uscito solo ora per i tipi di “Cavallo di Ferro” con l’ottima traduzione di Vincenzo Barca.
Vero fenomeno letterario degli ultimi anni, José Rico Direitinho racconta un Portogallo rurale fortemente legato alle tradizioni, per cogliere le antinomie del presente e rielaborare la storia recente (e dolorosa) del suo paese.
“L’orologio degli angeli” è ambientato tra il 1832 e il 1834 durante la faida che infuria – dopo la cacciata di Napoleone dal Paese – tra Don Pedro e Don Miguel, due fratelli e avversari, portatori l’uno dei valori della monarchia costituzionale e l’altro delle istanze conservatrici di una monarchia assolutista.
Se l’ambientazione è storica e assolutamente realista, lo sfondo geografico è fittizio: il villaggio di Vilarinho dos Loivos – in una piccola regione al confine con la Galizia, terra d’elezione dello scrittore portoghese – è una invenzione di Direitinho, che già vi ha ambientato altre sue narrazioni. A Vilarinho sorge la tenuta del Sexio di proprietà di Afonso Aires de Navarra: una vecchia tenuta che nasconde segreti inconfessabili. Afonso è sposato con Dona Benigna, una figura misteriosa che nel romanzo appare solo attraverso le lettere che invia ad Afonso dal suo esilio in Francia, dov’è scappata. Il loro figlioletto Afonsinho è morto in modo tragico, così – mentre assiste allo sgretolarsi dei privilegi della nobiltà cui appartiene e alla lotta fratricida tra le contrade del suo dominio – Afonso vive impotente il dissolversi della sua stessa famiglia, delle sue speranze. All’esistenza di Afonso s’intreccia inestricabilmente quella di Antònio do Soutelinho, fattore del Sexio che da tempo ha abbracciato la via della rivoluzione.
La narrazione procede lenta ma densa di avvenimenti che si svolgono con continui rimandi tra analessi e prolessi, la voce narrante è solenne e ricorre spesso a motivi biblici e citazioni mutuati dall’immaginario ebraico. La vicenda stessa si esaurisce nei periodi delle Quaresime tra il ’32 e il ’34. Tutto suggerisce l’imminenza di una tragedia ancora più grande; l’ambientazione rurale contribuisce a sfumare la realtà nella superstizione delle tradizioni contadine e a colorare la vicenda, già fitta di cupi presagi, di ineluttabilità e fatalismo: un calderone anabasico di casualità tragiche, con personaggi che s’ingannano a vicenda senza mancar d’ingannare se stessi, fino alla resa dei conti finale. Le loro azioni, che il lettore percepisce spesso in una dimensione di smarrimento – facilmente si rischia di perdersi tra i mille snodi della trama – riescono ad essere al contempo piene di significato eppure pervase di un senso di vuoto, fatali e inconcludenti, ad apparire crudamente vive e ad avere qualcosa che le accomuna agli squarci improvvisi che, di un sogno, si ricordano al risveglio.
Questo dualismo così intenso, quasi lacerante, è dovuto alla efficacia della prosa di Direitinho, che si serve di una scrittura sorprendente, curata, vibrante, potente, a sostenere uno stile molto personale che vira da sfumature di verismo a tratti visionari di realismo magico. Bravissimo Vincenzo Barca a rendere fluida in italiano una lingua complessa e densa e a restituire una musicalità costantemente ricercata dall’autore, come tratto distintivo della sua opera.
Ogni pagina del romanzo si snoda così su un ritmo ipnotico, sia nell’azione convulsa che nell’attesa. E proprio il concetto di attesa, qui, si rivela una preziosa chiave di lettura: ne “L’orologio degli angeli” tutto sembra svolgersi, a ogni momento, in prossimità della fine di qualcosa: lo stesso protagonista all’inizio della storia non ha ancora compiuto trent’anni, eppure viene già chiamato “Il vecchio”. La vita stessa è dipinta come una farsa tragica dai toni crepuscolari, al punto che il suicidio appare come la sola opportunità di autoaffermazione.
“L’orologio degli angeli” riesce, nello spazio di centocinquanta pagine e poco più, ad essere molte cose insieme: un intenso romanzo storico, sullo sfondo di un Portogallo martoriato da una sanguinosa lotta interna; il racconto di una feroce autopunizione; l’elegia del sacrificio estremo inteso come liberazione da un dolore così intollerabile da non lasciare scampo se non nel pensiero della fine, che è quindi auspicata, cercata, auto-inflitta nel modo più crudele e suggestivo.

Meglio sola…

Friday 6 April 2007

Per essere una che non ama le scrittrici, ultimamente mi capita di leggere molti libri scritti da donne che mi piacciono. C’è da dire che di solito sono giornaliste, intellettuali, autrici di genere. Non so se significhi qualcosa questo.

Nel 1979 Martha Gellhorn, grande corrispondente di guerra, pubblica “Travels With Myself and Another”: i suoi appunti di viaggio raccolti in oltre trent’anni di onorata carriera di “viaggiatrice professionista”; solo ora il libro sbarca in Italia grazie alla casa editrice “Fbe- magenes” in una edizione molte raffinata, con traduzione di Guido Lagomarsino e prefazione di Martina Graziella e il titolo di In viaggio da sola e con qualcuno.

L’idea di partenza del libro è che gli unici racconti di viaggio capaci di risvegliar l’interesse dell’ascoltatore (e del lettore) siano quelli disastrosi, pieni di disavventure e catastrofi, forse per esorcizzare l’invidia verso chi gira il mondo convincendosi che dopo tutto è meglio restarsene a casa. Ed infatti la decisione di scrivere dei suoi viaggi dopo anni trascorsi a raccontare la guerra, quasi ogni guerra che ha insanguinato il ‘900, è venuta alla Gellhorn mentre se ne stava immersa nelle acque poco profonde dell’isola di Creta, circondata da lattine arrugginite, pacchetti di sigarette vuoti e bottiglie rotte che le galleggiavano attorno, cercando di capire come fosse finita in quella discarica a cielo aperto.
Martha Gellhorn viaggia per lavoro, si occupa delle corrispondenze del “Collier’s” che la spedisce in Cina per la guerra sino-giapponese ma si mette in viaggio anche per capire di più di questo mondo e assecondare le sue curiosità, arrivando in Africa e persino in Russia sulle tracce di poeti dissidenti. Gira il mondo in solitaria ma in Cina è accompagnata dal “qualcuno” del titolo, chiamato nel libro “CR”, ossia “Compagno Riluttante” (“Unwilling Companion” nella versione originale): si tratta di suo marito Ernest Hemingway, con cui ha vissuto una tormentata relazione durata cinque anni e scandita dai conflitti che hanno visto entrambi protagonisti, visto che si sono conosciuti durante la guerra civile in Spagna e separati dopo lo sbarco in Normandia.
Insieme hanno affrontato il viaggio in Cina nel 1941. La Gellhorn ha letteralmente trascinato Hemingway in quell’impresa e questa è una cosa che probabilmente lui non le ha mai perdonato davvero. Martha è partita per l’Oriente piena di aspettative, perché era cresciuta immersa in fantasticherie sulla via della seta alimentate dai libri di Maugham e dalle avventure di Fu Manchu, ma la realtà non è stata all’altezza delle sue aspettative e il mitico Catai si è rivelato un vero inferno dove il tempo aveva “la dannata abitudine di non passare mai”. E al suo “CR” che la prendeva in giro raccomandandole di portarsi dei mutandoni lunghi nel suo prossimo soggiorno cinese, la giornalista rispose: “Preferirei saltare giù dall’Empire State Building in mutandoni che rimettere piede in Cina”.
L’anno successivo la ritroviamo a caccia di storie nell’Arcipelago dei Caraibi per raccontare la guerra del mare che aveva visto già più di duecentocinquantuno mercantili affondati dai sottomarini tedeschi mentre nel 1962 è pronta a lasciarsi assalire dal mal d’Africa: “Per me era una vasta pianura color pelle di animali selvatici, cinta da montagne azzurre”. Ma il continente nero non è solo questo e Martha lo imparerà suo malgrado, sebbene alla fine le entri nel cuore tanto da decidere di viverci per un po’, lei che aveva fatto del nomadismo uno stile di vita.
Nel 1972 Martha Gellhorn entra nel vivo della Guerra Fredda e parte per la Grande Madre Russia per incontrare Nadežda Jakovlevna Chazina vedova del poeta dissidente Osip Emil’evič Mandel’štam arrestato per attività antisovietica e morto nel 1938 in un lager presso Vladivostok. Le due donne si erano scritte a lungo prima di quell’incontro, Martha era stata affascinata da un libro della Chazina, trovato anni prima in una biblioteca e ammirava questa donna tenace e coraggiosa che lottava per tenere viva la memoria del marito. Parte dunque per la Russia desiderosa dell’incontro ma ben sapendo che quello sarebbe stato un altro horror trip, tra problemi logistici e incomprensioni linguistiche, e quando arriva a Mosca trova deludente l’atmosfera in cui versano i poeti dissidenti amici della Chazina: “Non avevo mai visto persone tanto cupe e ammusonite”.
Nell’ultimo reportage, descrive invece gli interminabili giorni trascorsi in una cisterna d’acqua in disuso a Eilat in Israele in compagnia di giovani hippies interessati solo alla qualità dell’hascisc.

Che si trovi nelle acque paludose del Ciad o nelle fangose retroguardie dell’armata cinese, la Gellhorn non perde mai la sua ironia, che sostiene una scrittura sia pure squisitamente referenziale, priva di una vera e propria volontà di stile. “In viaggio da sola e con qualcuno” susciterà il plauso di quanti, come David Randall del “The Independent”, ritengono che un giornalista debba metter da parte ogni tentazione di render più sofisticata la sua prosa, per limitarsi a raccontare ciò che vede. E tuttavia l’ironia della Gellhorn riporta alla mente, aldilà del puro sforzo da cronista, certi gustosi libri di viaggio scritti da autori britannici (il riferimento potrebbe essere un Peyrefitte in gonnella, ma con quell’ombra di disincanto che sovente si ritrova nella penna di chi ha veduto in opera, per via del suo mestiere di giornalista, le più tristi e violente vicende umane).

D’altronde la stessa Gellhorn ha più volte dato segno di “sentire” il suo mestiere di giornalista come una missione, come quando ha detto: “Per orribile che sia stato l’ultimo viaggio, non rinunceremo per questo al prossimo, lo sa Dio perché”.

Su “Stilos” in edicola

Come bolle di sapone

Saturday 10 March 2007

A proposito di umiltà.

(Con “a proposito” mi riferisco a discorsi tenuti in conversazioni private, scambi di email, scazzi virtuali e non, pensieri inespressi, non qui, non ora almeno).

Comunque. 

Si diceva: a proposito di umiltà, riporto una parte dell’intervista rilasciata a me e Davide da José Rico Direitinho. Dice Direitinho: “i grandi scrittori sono un problema matematico: il Portogallo è un paese piccolo, con una popolazione proporzionale al territorio, per questo la probabilità di avere scrittori eccezionali è la stessa di quella di avere politici onesti: ne compare uno ogni tanto; quello che rimane sono delle bolle di sapone che servono per animare la festa”.

E dire che Direitinho è uno scrittore amatissimo in Portogallo, un vero caso editoriale, “incoronato” addirittura da Saramago.

Un’altra risposta molto bella mi è parsa questa: “quello che non ho invece è una visione ingenua della vita, che mi è sempre sembrata uno spettacolo tragico – nel senso teatrale del termine – anche perché quando cala il sipario nessuno esce vivo dal palcoscenico”.

L’intervista verrà pubblicata su “Stilos” ad accompagnare la recensione dell’ultimo libro dell’autore portoghese tradotto in italiano (dopo Breviario degli istanti malvagi uscito per Einaudi nel 2005): L’orologio degli angeli (trad. it. Vincenzo Barca, “Edizoni Cavallo di ferro“), un intenso romanzo storico, sullo sfondo di un Portogallo martoriato da una sanguinosa lotta interna, in cui si consuma il dramma di due uomini divisi da una donna, dalla guerra, dalla storia. E’ il racconto di un’autopunizione, del sacrificio estremo come liberazione, di un dolore così intollerabile da non lasciare scampo se non nel pensiero della fine, che è quindi auspicata, cercata, auto-inflitta nel modo più crudele e suggestivo. Sorprendente la scrittura: curata, vibrante, potente, a sostenere uno stile molto personale che vira da sfumature di verismo a tratti visionari di realismo magico. Molto bravo Vincenzo Barca a rendere fluida in italiano una lingua complessa e densa e a restituire una musicalità costantemente ricercata dall’autore, come tratto distintivo della sua opera.

Non lo dico mai apertamente, ma faccio un’eccezione per L’orologio degli angeli e lo scrivo: è un libro da leggere. Assolutamente da leggere.

Zenzero e cannella

Wednesday 28 February 2007

“Run, run as fast as you can! You can’t catch me, I’m the gingerbread man” (Corri, corri, più forte che puoi / Son Pan di Zenzero, acchiapparmi non potrai).

Probabilmente è da questo passo di un famoso racconto per bambini di lingua anglosassone che deriva il titolo di un discusso e amatissimo (con quarantacinque milioni di copie in tutto il mondo) romanzo degli anni ’50, di recente riproposto da Neri Pozza in “Bloom” (nuova collana dedicata alla letteratura e alla saggistica contemporanee): Ginger Man di James Patrick Donleavy.

Ginger Man  è stato un vero e proprio libro scandalo, come racconta anche la “Nota sull’autore e sul romanzo” alla fine della nuova edizione italiana: scritto da un esordiente ventinovenne americano di origini irlandesi, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1955, a causa dei contenuti ritenuti scabrosi per l’epoca, fu rifiutato da tutti gli editori americani fino a quando la francese “Olympia Press” – che  aveva già coraggiosamente dato alla stampa libri contestati e poi censurati altrove, come “Lolita” di Nabokov, i due “Tropici” di Miller o “Pasto nudo” di Burroughs – non lo accettò e lo fece uscire nella collana pornografica “Travellers Companion”. In Italia il libro è arrivato solo nel 1959 in una versione censurata e mutilata a cura di Luciano Bianciardi dal titolo “Zenzero”, e se si è dovuto aspettare sino al 1963 per una versione integrale in lingua inglese, solo oggi con la nuova edizione per la Neri Pozza è possibile apprezzare Ginger man in italiano in tutta la sua grandezza, grazie all’appassionata traduzione di Massimo Ortelio.

L’uomo di zenzero di Donleavy è Sebastian Dangerfield, un irresistibile mascalzone che ha attratto generazioni di lettori, irretiti dalla sua pressoché totale assenza di scrupoli, dall’energia vitale che sprigiona ogni suo gesto e da un profondo e irrinunciabile anelito alla libertà, del corpo e dell’anima. Tra i suoi ammiratori c’era Hunter S. Thompson, discusso e scapestrato autore di culto in America – famoso soprattutto per il romanzo “Paura e disgusto a Las Vegas” (Bompiani 2000), e teorizzatore del “gonzo journalism”, una frangia del “new journalism” americano il cui tratto caratteristico è dato dal coinvolgimento in prima persona del giornalista – che nella sua biografia ha sostenuto di essere stato molto influenzato dal romanzo di Donleavy e di averne voluto imitare lo sciagurato protagonista.

Come l’omino di pan di zenzero della filastrocca (e come in parte ha fatto lo stesso Thompson), anche Sebastian scappa: dal padre prima, dalla moglie e dalla figlia dopo e sempre dai padroni di casa e dalle amanti sedotte dal suo fascino carnale e lussurioso. E soprattutto rifugge ogni responsabilità e vive con dolore e sgomento l’eventualità di avere una vita normale. C’è molto anche di J. P. Donleavy in Sebastian: come lui è un giovane americano di origini irlandesi che si ritrova al Trinity College di Dublino per laurearsi (in legge), e come ha fatto il suo l’autore anche Sebastian deve reagire ai disastri provocati della seconda guerra mondiale. Entrambi fanno parte di una generazione smaniosa, che ha dovuto rinunciare all’adolescenza a causa del conflitto e che dopo cercherà di riappropriarsene con ogni mezzo.

Donleavy ha cercato l’affermazione nel successo trovandolo con la letteratura,mentre Sebastian, ingordo, lascivo e impenitente cede allo sbandamento esistenziale anzi ne fa una vera e propria forma di resistenza. La frenesia e l’inquietudine lo costringono a cercare di divertirsi a tutti i costi, ubriacarsi e filosofeggiare a vuoto sulla vita, l’amore e la morte;  agli obblighi matrimoniali e universitari preferisce  l’arte di arrangiarsi, senza mai rinunciare ad illusioni di grandezza: è convinto di meritare una vita di lussi e lussuria, si sente superiore a ogni altro essere umano (ad eccezione dei suoi degni compari che ne condividono le aspirazioni edonistiche), affina l’arte della seduzione e del raggiro per farsi mantenere, ottenere crediti, assicurarsi le grazie di giovani (e meno giovani) donne che non vedono l’ora di cadergli tra le braccia.

Sebastian è il progenitore di tutti gli antieroi della beat generation, con in più la zavorra di un’educazione cattolica opprimente e salvifica allo stesso tempo. Dice a un certo punto nel libro: “Io sono qualunque cosa. E soprattutto cattolico”. Essere cattolico è uno scudo contro la volgarità del mondo e il perbenismo puritano, ma anche un appiglio a cui si aggrappa quando sta per precipitare in vortici di disperazione. Si rivolge spesso direttamente a Cristo come un amico di vecchia data o implora i suoi aguzzini di essere amici in Cristo e di compatirlo. Ma da quella stessa educazione gli viene anche una curiosa idea del decoro, un personalissimo senso del peccato (si chiede: “Ci è permesso pregare per un orgasmo?”), il gusto per le tentazioni a cui si può solo cedere, un’insopprimibile spocchia, e la paura, nei pochi attimi di buon senso disponibili, di smarrirsi per sempre.

Ginger man è un grande romanzo modernista, in debito con James Joyce e (ancora di più) con Henry Miller e Flann O’Brien. La voce narrante varia e si trasforma, alternando prima e terza persona, discorso diretto, indiretto e stream of counsciousness. Le voci si confondono, i pensieri si rincorrono e le scene sfumano una nell’altra.  La punteggiatura sovverte ogni regola e segue l’impeto dei sentimenti, mentre la lingua corrosiva e febbrile, si modifica in continuazione per sostenere la prosa vibrante dell’autore che dalle vette del lirismo più commovente s’inabissa nella crudezza della volgarità da bassifondi e della degradazione cui può giungere l’uomo, se disperato o in preda ad ira funesta. Molto bravo dunque Massimo Ortelio ad assecondare – e reinventare in italiano – una scrittura che non teme di esser brutale, oltraggiosa e virulenta mentre innalza al cielo un sacrilego e poetico inno al piacere e alla sfrenatezza delle passioni.   

 

James P.Donleavy, Ginger Man, trad. it. Massimo Ortelio, pp. 397, 17.00 €,  Neri Pozza, 2006.

Su “Stilos” in edicola ogni due martedi.
 

 

 

 

A spasso col demonio

Tuesday 19 December 2006

Jorge de Sena è una delle voci più importanti della letteratura portoghese, una complessa figura di intellettuale, critico, romanziere e poeta, della generazione successiva al più famoso Fernando Pessoa, di cui fu grande studioso.
Oppositore del regime di Salazar nel 1959, Jorge de Sena, coinvolto in un fallito colpo di stato, approfitta dell’invito a partecipare a un congresso di studi a Bahia, per esiliarsi volontariamente in Brasile e poi negli Stati Uniti, in California, dove insegnerà Letteratura per il resto della vita.
Tutta la produzione letteraria di de Sena è un invito a svegliarsi rivolto alle coscienze dei suoi connazionali, un’ininterrotta provocazione diretta a far prendere atto della meschinità e della barbarie che domina la società portoghese ma anche il mondo tutto. E proprio in questo senso le sue raccolte di racconti più famose, “Andanças do demónio” del 1960 e le “Novas Andanças do Demónio”, nel 1966 – riunite nel 1977 con il titolo di “Andanças antigas e Novas Andanças do Demónio” – introducono il demonio come elemento perturbatore, presenza viva e attiva che de Sena immagina di sguinzagliare dietro ai portoghesi che gli appaiono sempre più sbandati e rassegnati alla grettezza.
La casa editrice
Empiria ha ora riproposto in un volume curato da Vincenzo Barca, una selezione di quei racconti sotto il titolo di Scorribande del demonio. Sono sette storie scritte tra il 1944 e il 1964, alcune rivisitate per la pubblicazione del 1977, che presentano i temi più vari e le più diverse tecniche di narrazione: da un racconto natalizio (“Motivo per il quale Papà Natale ha la barba bianca”), alla storia di un’amicizia tra un uomo e un pesce (“Storia del pesce papero”) che pare la rivisitazione antiepica del “Vecchio e il mare” di Hemingway, fino a un racconto d’atmosfera metafisica (“Il treno delle undici”) in cui un assassino coinvolge i passeggeri di un treno in uno strano viaggio scandito da amplessi, tentativi di seduzione e abbandono ai sensi. In “Mare di pietre” (che come scrive Luciana Stegagno Picchio nella prefazione al volume, trae spunto dalla Leggenda aurea di Jacopo da Varazze, sull’evangelizzazione dei Sassoni) invece l’argomento è religioso, almeno in apparenza: un frate per salvare la propria vita e soprattutto l’anima dei suoi aguzzini continua a raccontare loro di Dio e dei Santi, della retta via e della salvezza, eppure i ragazzi lo lasciano libero solo quando lui fa parlare le pietre. In realtà questo è un racconto sulla fede, non solo religiosa, e sulla necessità di un miracolo, uno qualsiasi, un prodigio, una magia anche, per trovare ancora delle motivazioni per vivere e sperare. E la fede è al centro anche del racconto che chiude le scorribande demoniache dell’Empiria, “Super flumina Babylonis” (dall’attacco del salmo 137 della bibbia che evoca la tragedia vissuta dal  popolo ebraico durante la distruzione di Gerusalemme). E’ la storia di un poeta (ispirata alla vita del poeta portoghese Luís Vaz de Camões) distrutto nel fisico e nell’anima dal vizio e dal pentimento, dal dissidio tra carne e spirito ma soprattutto dal bigottismo della sua vecchia madre che lo condanna per la vita dissoluta e l’abbandono ai sensi. Ma è anche il racconto di una vocazione, quella della poesia che domina un’intera vita e torna prepotente quando tutto sembra perduto. La poesia come demone interiore che logora e vivifica.
E si torna al demonio e alle sue scorribande. In questi racconti il demonio non assume sembianze umane, si aggira sulla carta di solito invisibile a volte più manifesto, ma la sua presenza si avverte nella descrizione di rumori, odori, gesti, aneliti di vento e attraverso una scrittura fortemente visiva e visionaria, con cui Jorge de Sena immagina la sua opera perturbatrice. Nel seguire il demonio a spasso per il mondo, con queste storie intrise di realismo fantastico raccontate col registro alto di chi rifiuta il “facile” e il “popolare”, l’autore invoca quasi il demonio perché a suo avviso alle anime dei portoghesi serve un’influenza che operando il male, facendole perdere, costringendole a dannarsi, produca il bene restituendo loro la libertà, liberandoli dall’ipocrisia: in fondo per il bene si sono compiute stragi e combattute guerre, forse seguendo il male qualcosa cambierà. E inoltre sembra dire de Sena: tutto è preferibile all’odore di muffa e di stantio di una vita senza spasimi e sogni. Persino la dannazione.

Di Jorge de Sena se n’era parlato anche qui tempo fa.

 

Jorge de Sena, Scorribande del demonio, Introduzione di Luciana Stegagno Picchio – Trad. it e cura di Vincenzo Barca con Carlo Vittorio Cattaneo, 2006, pp. 125, € 12,00

Dal numero di Stilos da oggi in edicola

 

 

Chiacchiere e distintivo

Tuesday 5 December 2006

Avevo detto che ne avremmo riparlato, ed eccoci qua.

Al giovane Holden Caulfield che non amava quasi niente, Ring Lardner piaceva, un suo racconto l’aveva addirittura “lasciato secco”. Eppure si dice che il suo creatore Jerome David Salinger non considerasse Lardner nemmeno uno scrittore.
Poco male.
Perché Lardner godeva dell’ammirazione di Virginia Woolf, Francis Scott Fitzgerald (che lo esortò a pubblicare il famoso “
How to Write Short Stories” (1924), ovvero “Come si scrivono racconti” che è il suo primo libro di successo), Sherwood Anderson (i cui racconti sono a volte accostati a quelli umoristici di Lardner, come se fossero il risvolto drammatico della stessa medaglia), Ernest Hemingway, Edmund Wilson. Eppure in Italia –  com’è accaduto per altri scrittori americani del calibro di Erskine Caldwell, Jim Thompson, Cornell Woolrich – Lardner non ha mai avuto molta notorietà: fu Longanesi a pubblicare negli anni ’50 una raccolta intitolata “Il meglio di Ring Lardner” per poi ristamparlo a distanza di trent’anni. L’esempio fu seguito solo dall’editore Tranchida negli anni ’90 con le raccolte “Chi ha fatto le carte”, “Mi manca il respiro” e “Americani”. Nient’altro fino alla fresca pubblicazione per Marcos y Marcos di “Tagliando i capelli”, silloge di dieci racconti tradotti da Daniele Benati.

Ring Lardner veniva dal giornalismo ed addirittura è considerato uno dei fondatori del giornalismo americano moderno. E’ stato un grande cronista sportivo e il baseball soprattutto torna spesso nei suoi racconti. Non ha mai scritto romanzi, forse pensava che la tensione della sua prosa e la levità delle sue storie non avrebbero retto in un contesto di più ampio respiro. Probabilmente si sbagliava. Però è certo che questa è la ragione per cui non ha mai voluto parlare di sé come di uno “scrittore” e ha continuato a definirsi per tutta la vita un “newspaper man”, uomo della stampa, giornalista prestato alle lettere per scrivere racconti e bozzetti su riviste e giornali.
Lardner prosegue la tradizione americana del racconto umoristico, erede di Mark Twain, assieme a James Thurber, Ogden Nash, Damon Runyon e tutti quegli scrittori che attraverso l’umorismo inventarono il carattere del popolo americano e usarono l’ironia per criticare il potere e scuotere con le risa le coscienze talora addormentate dei loro connazionali.

Lardner fustiga l’America del suo tempo mettendo in scena personaggi al limite dell’assurdo, rasentandolo senza caderci mai: storie di gente che non ascolta, vive per sapere cosa accade ai vicini, gode delle disgrazie altrui e non vede l’ora di raccontarle in giro, impone la propria visione del mondo e della vita a interlocutori attoniti e ridotti al silenzio da fiumi di parole.
In “Tagliando i capelli” Lardner fa ridere l’America di se stessa con una ragazzina che s’innamora ogni cinque minuti e poi vorrebbe morire per non dover affrontare la scelta tra l’uno e l’altro dei suoi cavalieri (“Mi manca il respiro”); con la logorrea di un barbiere più bravo nella maldicenza che nel lavoro di forbici (è il racconto che dà il nome alla raccolta). E poi una coppia in fuga da dall’ingombrante cortesia di vicini troppo solleciti (“Il signor e la signora Ci-pensiamo noi”); due signorine in viaggio in cerca di compagnia (“Dialoghi di viaggio”); un battitore dal comportamento folle (“Compagno di stanza”), e via discorrendo: una carrellata di tipi umani dei quali non si può fare a meno di ridere ma che in fondo hanno anche qualcosa di noi, dei nostri tic, delle nostre manie, dei nostri vezzi.

“Tagliando i capelli” è un libro picaresco, materico che dell’umorismo americano di Twain riprende la matrice orale e popolare, il gusto per il paradosso e la satira, l’attenzione alla quotidianità e la spinta all’esasperazione degli aspetti più macchiettistici dell’uomo, ma si distingue per il lavoro straordinario che Lardner compie sulla lingua e sul parlato per rendere più vere del vero le chiacchiere della gente e sottolinearne difetti e contraddizioni.
Lardner scrive come la gente parla. Più esattamente come parlavano gli americani agli inizi del ‘900. Ne prende il gergo, le espressioni locali, le aberrazioni linguistiche, le pedanterie, le frivolezze e le ostentazioni e ci costruisce intorno storie divertenti e ironiche, leggere e allo stesso tempo potenti come una palla da baseball lanciata in fuoricampo. D’altronde una delle sue raccolte più famose è “You know me Al” del 1916, in cui racconta le peripezie di Jack Keefe, un giocatore di baseball semiprofessionista che non fa che ripetere “Tu mi conosci Al”, come se questo giustificasse ogni sua azione.

Lardner si disfa di tutte le regole grammaticali e sintattiche della sua lingua (onore al merito a Daniele Benati che ha saputo rendere magnificamente in italiano tutto l’estro di una penna così ribelle) e gioca con la costruzione delle frasi e la punteggiatura. I suoi personaggi, caratterizzati più dalle parole che dalle azioni, chiacchierano a ruota libera, si sovrappongono, s’interrompono a vicenda e i dialoghi finiscono per diventare interminabili monologhi.

In “Tagliando i capelli”, come nelle altre  opere di Lardner, ci sono racconti scritti e costruiti – dice Benati – per essere letti a voce alta e sorbirli tutti d’un fiato. E qui sta la grandezza dello scrittore americano: nella capacità di dissimulare dietro l’apparente semplicità, un gran lavoro di cesello e di ricerca sulla comunicazione orale. E tra uno strafalcione e una scorrettezza grammaticale, tra un termine improprio e un tormentone ripetuto ad libitum, slogan dei cronisti sportivi o sospiri di adolescenti in calore, Lardner costruisce un’umanità variegata e frenetica che parlandosi addosso racconta tutta l’America del tempo. E non solo. 

 

Su “Stilos” in edicola da oggi