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Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Wednesday 18 November 2009

Mi spiace per voi se ve lo siete perso, visto che l’ultima rappresentazione era quella del 15 novembre, ma lo spettacolo allestito al Colosseo Nuovo Teatro di Roma con Silvio Castiglioni era una meraviglia: in scena c’era “Il silenzio di Dio”, opera ideata e scritta da Andrea Nanni con la regia di Giovanni Guerrieri, che unisce due diverse rappresentazioni – la prima è una riduzione del racconto “Casa d’altri” di Silvio D’arzo, mentre la seconda, “Domani ti farò bruciare” è ispirata a due capitoli (Il Grande Inquisitore e Il diavolo. Incubo di Ivan Fëdorovič) dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Entrambi i testi indagano il dramma esistenziale dell’uomo solo e abbandonato nella sua angoscia di vivere che si scontra con il terribile silenzio che Dio oppone alle sue domande disperate, ma la mia impressione è che parlino anche della forza della parola, quella non detta, sottintesa, perduta e quella urlata, violenta, dolorosa.

Scenografie pressoché inesistenti e pochi suoni di sottofondo fanno da cornice a una straordinaria prova d’attore: Castiglioni, usa la sua voce profonda e calda per raccontare le due storie e la sua sola presenza si fa quinta, palcoscenico e ambientazione. Tanto è immobile e misurato nelle sue movenze durante il primo atto, quanto è iperattivo e quasi scomposto nel secondo.

In “Casa d’altri” interpreta un severo prete di montagna dall’alto di un trespolo circondato da tre microfoni, che Castiglioni usa per modulare quasi impercettibilmente la voce e recitare così anche la parte di una vecchia lavandaia che si rivolge al prete in cerca di una risposta che però sa già di non poter ricevere. Sul finale della rappresentazione dopo essersi spogliato del lugubre abito talare, Castiglioni scende dal trespolo e si pone di fronte al pubblico, fragile e umile, quasi a mostrare la miseria umana, per rappresentare il dramma finale della vecchia lavandaia lasciata sola da Dio e dal suo intermediario. E’ nella voce (insieme ai lenti movimenti verso i vari microfoni) che si concentra tutta la recitazione dell’attore riuscendo a rendere moti e pensieri mai espressi dai personaggi pur nella fissità dei gesti. C’è da dire che la prosa di Silvio D’arzo, essenziale e fortemente evocativa nella sua precisione quasi chirurgica per la parola, si presta perfettamente a essere recitata e ascoltata.

In “Domani ti farò bruciare” invece il ritmo è più vivace, la penombra lascia il posto al rosso acceso delle luci e l’apparente compostezza viene sostituita dalla frenesia. Il protagonista del monologo,  che riprende l’interrogatorio del grande inquisitore ma che in realtà è un dialogo mancato con Cristo, è una sorta di manager-demone (ma si evince dal testo poi che è più che altro una specie di ministro della fede, un vero e proprio colletto bianco della Chiesa), il quale vuole incarnarsi e rivolge la sua invettiva a un Dio che non l’ascolta: con una gestualità piena di tic, scatti nervosi e improvvisi cambi di posizione e con sporadici inceppamenti della parola, Castiglioni riesce qui a rendere alla perfezione, la rabbia e la frustrazione che accompagnano prima l’accusa a un Cristo silente, colpevole di aver donato la libertà di scelta e la capacità di esercitare il dubbio agli uomini incapaci di sopportarli e infine la rabbiosa confessione di un sentimento d’invidia per quegli stessi uomini.

La voce, il corpo e la forza delle parole scritte (soprattutto la bellezza della lingua del primo racconto) e recitate hanno dato vita a uno spettacolo che cattura e sorprende e fa venire voglia di riprendere in mano Dostoevskji e (ri)scoprire Silvio D’arzo (e infatti ne riparliamo).

Una nota speciale va al teatro che ha fatto da sfondo a quest’esperienza quasi mistica: il “Teatro Nuovo Colosseo” che è un piccolo teatro al centro di Roma, a due passi dal Colosseo naturalmente, nato dalla volontà e dall’impegno di Simone Carella, animatore della vita culturale del nostro paese negli ultimi quarant’anni (dal cinema al teatro alla letteratura), insieme a Paolo Grassini e Ulisse Benedetti (storico fondatore del “Beat 72” locale che ha visto passare nei suoi locali tutta l’avanguardia romana), sulle ceneri, metaforiche, della vecchia sede storica dell’underground romano. Nel luminoso foyer del teatro sono esposte magnifiche macchine da prese d’epoca, di quelle che ormai non si vedono più se non negli spezzoni di cinegiornali dedicati ai fasti di Cinecittà, accanto a un enorme televisore al plasma e una postazione multimediale, a svelare l’intero concept del progetto di Simone Carella e soci, che passa anche (in futuro, soprattutto?) per un portale internet, E-theatre.

L’idea innovativa di E-theatre è la compenetrazione tra la tradizionale fruizione teatrale e le infinite possibilità offerte dai nuovi media tramite la creazione appunto di un sito multimediale dedicato alle varie arti e forte interattivo. In pratica si possono seguire in streaming e in diretta tutti gli eventi che si svolgono sul palcoscenico (o in un piccolo spazio che precede l’ingresso al teatro), dagli spettacoli di teatro e di danza ai concerti, dai reading di poesia alle presentazioni letterarie fino alle mostre d’arte; mentre su un altro piano, viene così creato un archivio on line sempre consultabile  dagli utenti, e nel caso di piccole o giovani compagnie teatrali, queste potranno persino caricare i video con le loro performances e farsi conoscere dal vasto pubblico. Un modo per avvicinare quanta più gente possibile al teatro e alla cultura in genere.

Per quanto mi riguarda tornerò sicuramente a vedere Il contagio, tratto dal libro di Walter Siti e Il prestatore di Marcello Isidori. Buona visione.

L’amore al paese d’ottobre

Tuesday 12 December 2006

Riponete pure ogni spirito voyeuristico perché non è un post sui fatti miei. Non è il blog giusto per queste cose. E’ semplicemente un post sull’amore raccontato da Ray Bradbury e poi filtrato in immagini. 

Anche se a volte non sembra, io adoro la rete. Soprattutto quando succedono cose come questa

In pratica avevo scritto un post su un cortometraggio ispirato al mio racconto preferito di Ray Bradbury, “A story of love” (tradotto in italiano arbitrariamente con “Tempo fermo” che peraltro svela molto del finale, qui e ciccando sul tasto “Next” in alto potete leggerne la traduzione fotocopiata direttamente dalla bellissima raccolta Molto dopo mezzanotte da Davide).  In calce al post avevo espresso il desiderio di vedere il cortometraggio. Esattamente un anno dopo, il regista del film, Maurizio Scala, mi ha scovato e dopo un paio di mail si è offerto di inviarmi il dvd. E finalmente l’ho visto! 

Il corto, premiato a numerosi festival, mantiene tutta l’atmosfera rarefatta del racconto, la poesia della scrittura di Bradbury è resa dalle immagini nitide e vagamente sognanti del video, l’ambientazione (Linguaglossa) è perfetta, e la scelta degli attori non poteva essere migliore, soprattutto l’attrice (Corinna Lo castro) che interpreta la protagonista femminile della storia è grandiosa. Quando leggevo il racconto io la immaginavo proprio così. La cosa notevole è che Maurizio Scala ha saputo rendere un tema delicato come il primo amore e soprattutto un amore complicato dalla differenza d’età (una differenza abissale quasi), senza cedimenti pruriginosi o ipocrisie. Ha saputo mantenere la visione lirica e romantica di Bradbury per cui l’amore è una cosa meravigliosa che si accompagna sempre allo stupore e al languore malinconico. 

I campi lunghi e i primi piani o le carrellate, sono gestiti con maestria e pudore, quasi per non disturbare il sentimento che cresce via via nei protagonisti, mentre tutto il resto del mondo che resta come una quinta teatrale sullo sfondo continua a muoversi e il tempo per loro si ferma.   

Ps 

Maurizio mi ha inviato altri due corti, “Molto dopo mezzanotte”, da un altro racconti di Bradbury e “Uomini in gabbia”, un monologo quasi teatrale sulla reclusione che tocca a tutti noi e sull’impossibilità di scegliere della nostra vita sino in fondo anche stando al di fuori delle gabbie. Se avete la possibilità seguitelo perché è molto, molto bravo.