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Un libro che peggio me sento

Tuesday 15 December 2009

Ho poco tempo per aggiornare il blog – ho appena impiegato tre giorni a decorare il mio nuovo albero di Natale (Filippo, alto 2,40 m, che si aggiunge e sostiuisce nel salone a far bella mostra di sè davanti la finestra, il vecchio albero di 1,50 m, Canio, finito ora nell’ingresso) e ad addobbare tutta casa – e un’infinità di cose da scrivere e da leggere, ma non tutte mi divertono quanto i pezzetti che vanno su aNobii nella mia contro-libreria. E come pochi mi ha divertito scrivere la stroncatura di un libro dedicato allo stesso socialnetwork che la ospita: si sono covati in pratica una serpe in seno! 

Ripropongo qui il pezzullo, anche per rimandare poi a una recensione sicuramente più seria di Loredana Lipperini che affronta una questione inerente l’operazione Rizzoli, cioè la selezione delle opere recensite e non solo delle recensioni degli utenti (oltre che l’opportunità di migrare quei testi da un media all’altro decontestualizzandoli completamente), che mi aveva colpito ma che poi non ho toccato perché avrebbe allargato di parecchio il mio discorso sul libro spostando l’attenzione verso la qualità media del lettore aNobiiano in particolare, e italiano in generale, mentre è del libro e delle recensioni presentate nel modo che dirò, che m’interessava parlare.

Allora, io ho letto aNobii. Il tarlo della lettura (Rizzoli) perché l’ha preso mio marito che, nonostante il mio veto e lunghe discussioni – anzi no, che discussioni, soliloqui, visto che lui manco mi sta a sentire quando inizio i miei proclami un po’ integralisti su letteratura e editoria – è presente con ben otto recensioni in questo volume: io non avrei mai speso nemmeno 1 € per comprarlo (la beneficenza a Emergency la faccio quando e come mi pare, e l’idea di devolvere i diritti alla sua causa mi suona un po’ furbesca, sebbene comunque meritoria). E poi perché spendere dei soldi per comprare qualcosa, di scadente, che si può leggere gratis entrando nel sito?

Prima di andare avanti stronco sul nascere le obiezioni velenose di quanti fossero già pronti ad attribuirmi travasi di bile per invidia o roba simile e rendo loro noto che diverse delle mie stroncature erano state selezionate per il volume – a parte il fatto che di solito la mia firma compare sotto altre robe scritte in altri luoghi – ma non ho concesso la liberatoria perché il progetto non mi convinceva per niente, e visto il risultato non avevo tutti i torti.

Innanzitutto l’unico motivo per cui a qualcuno potrebbe venire in mente di comprare Il tarlo della lettura è per vedere – finalmente! – il proprio nome, stampato su pagine che non siano cartelle esattoriali o il certificato di residenza.

Diverso, ma più raro, potrebbe essere il caso di quell’acquirente, sicuramente uno sprovveduto lettore, che pensa sul serio di poter trovare lì dentro una qualche dritta interessante o di leggere – vivaddio! – dei commenti liberi, indipendenti, fuori dalle logiche losche e truffaldine dei recensori e dei critici ufficiali; giudizi non viziati dall’interesse e dall’appartenenza a clan e consorterie! In fondo lo dice la stessa curatrice del volume, Barbara Sgarzi: qui “troverete, soprattutto, cose che si capiscono, dette con una voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”. Ora a parte che così il libro si presenta male perché a non essere chiara è già la prefazione: che vuol dire “voce in cui il parlare è davvero «sì, sì, no, no»”? E soprattutto, perché queste recensioni dovrebbero essere più comprensibili di quelle di un critico professionista? Ma è ovvio! Perché il lettore legge col cuore; perché legge senza che nessuno lo paghi; perché in lui arde il sacro fuoco del sapere e agisce “il tarlo della lettura”!

A questo punto faccio una breve pausa e vorrei spezzare una lancia sulla schiena dei curatori e dell’editore del libro dal titolo così evocativo – Il tarlo della lettura – per far osservare che l’unico tarlo presente nel volume è quello che ne divora letteralmente la rilegatura cosicché appena lo tocchi ti restano in mano le pagine che sfogli: forse è un modo simpatico e autoironico per rendere più agevole l’atto di dargli fuoco? Non mi è dato di saperlo.

Comunque andiamo ad ascoltare questa voce che parla – metaforicamente penso – a monosillabi e scegliamo una recensione a caso tra le 600 selezionate (“tra le migliori di tutto il sito”, ci tengono a sottolinearlo, eh).

La prima che mi capita riguarda Cent’anni di solitudine, e inizia così: “Cent’anni di solitudine non è un libro. Tu lo vedi lì appollaiato sulla libreria…”. E già qui mi fermo: questa c’ha un libro appollaiato sulla libreria? Anzi no, ha detto che non è neppure un libro. Un’improvvisa inquietudine mi colpisce e mi spinge ad andare oltre e trovo le pagine dedicate a Bar sport, dove uno dei recensori scrive: “Quando leggo un libro di Benni parto un po’ prevenuto: so già che mi piacerà”. Ora, a parte l’uso improprio del termine “prevenuto” in questo caso, vorrei sottolineare l’obiettività del lettore aNobiiano, che dice pane al pane e vino al vino, con la voce monosillabica di cui sopra naturalmente, e che è sempre al di sopra delle parti, non come quei professionisti della recensione che scrivono dei libri pieni dei loro preconcetti!

Continuo, mentre il libro mi si sfalda lentamente tra le mani, e incappo in una recensione di Eva Luna dove c’è scritto che si tratta di una “favola adulta” e non perché “sia scabrosa o erotica” – (???) – “ma perché narra, con la naturalezza tipica delle favole” – si sa, la caratteristica prima delle favole è la naturalezza, lo diceva anche Propp – “una vicenda matura, seria, che è essenzialmente la vita di questa strana bambina, Eva appunto”, e il pregnante commento si conclude coniando una nuova categoria critica: il libro sarebbe “credibil-fantastico“. Sono ammirata.

Un altro fulgido esempio di questo “parlare che si capisce” riguarda Il giovane Holden: “Allora. Ci sono quelli che leggono Tre metri sopra il cielo e via discorrendo. E ci sono quelli che… Holden. Insomma ci siamo capiti”. Avoja, mi viene da dire.

Poi c’è chi definisce Il fu Mattia Pascal la “prova di Pirandello” che l’ha convinto di più; chi scrive che Ammaniti “ha la tensione nella penna, non c’è niente che dire”; quella che si è ricordata come si vola leggendo Sepulveda e ringrazia gabbianella e gatti; e ancora, una tipa esasperata si sfoga contro I Malavoglia che sarebbero “attaccati come a una cozza al loro paese, la loro stupida barca, la «Provvidenza», che non sta a galla” ma soprattutto detesta “quei dannati lupini” che ha impiegato “anni per capire cosa fossero!”

Potrei continuare, ma del libro è rimasto poco e niente, ci sono fogli sparsi sul tavolo e sul pavimento, resiste solo la copertina rigida che dovrebbe servire a giustificare i 18 € del prezzo, perché a parte la qualità delle recensioni, quasi sempre pessima, è il lavoro redazionale, grafico, editoriale, i caratteri poco leggibili, la scelta dei testi, la loro impaginazione, gli asterischi enormi, i continui e ripetuti riferimenti ad altri libri contenuti nelle librerie virtuali dei vari recensori, anche quando questi hanno più recensioni nel libro, la struttura che vuole imitare troppo pedissequamente l’interattività del web, a rendere il prodotto così scarso da far sembrare impossibile che ci sia la Rizzoli dietro quest’operazione, non perché la Rizzoli non pubblichi mai schifezze o puttanate immani (oh, se ne pubblica!), ma perché di solito le sue edizioni sono curate almeno nella forma.

Sui contenuti poi, c’è poco da dire (e in parte ho già detto), ma è soprattutto la filosofia che dovrebbe esserci dietro un’operazione come questa che è discutibile: la democratizzazione della letteratura e della critica, il sopravvento del lettore non solo sul recensore di professione, ma sullo stesso autore e persino sul libro che spesso viene travisato e interpretato in modo arbitrario, la legittimazione della chiacchiera da bar presentata come sincero tentativo di ri-lettura di un’opera, tutte sciocchezze già lette e scritte meglio – mutatis mutandis – da Richard Rorty e i sostenitori dell’inutilità della critica letteraria (diciamola così, semplificando parecchio il tutto); ma in realtà lo scopo dell’opera è meramente di lucro: quale mamma, papà, zia, nonna, cugino, fidanzata, potrebbe resistere alla tentazione e alla soddisfazione di regalare a parenti e amici un libro in cui compare il nome del proprio discendente, ascendente, compagno, parente, affiliato, socio? E non dimentichiamoci che siamo sotto Natale! L’indotto di 333 autori è enorme! Mica gli si può dar tutti i torti quindi ai tipi di Rizzoli, ricordiamo che l’editora è prima di tutto un business, solo che una selezione più accurata e un’edizione migliore avrebbe reso il tutto meno discutibile.

Il risultato invece è un libro quasi illeggibile, inutile e pretenzioso: di lettura ce n’è pochissima, letteratura o critica manco a a parlarne, rimane solo il tarlo, che a questo punto si è divorato anche quel poco che restava delle pagine.

E meno male che c’è la Parrella

Monday 11 February 2008

Perché in seguito all’uscita del suo primo romanzo, m’è venuta voglia di aggiornare il mio anobii e pure il blog, non che fosse fondamentale. Qualcuno gliene chiederà conto, mi sa.

E per il primo romanzo della Parrella, Lo spazio bianco pubblicato da Einaudi, ho pure inaugurato una nuova etichetta identificativa: “E quindi?”

Ma io dico, possibile che uno si metta a scrivere e non sappia dove voglia andare a parare, o anzi non arrivi poi da nessuna parte? Possibile, mi chiedo, che si riempiano 112 pagine (scritte in caratteri belli grossi e una impaginazione da “riempitivo”) senza avere una storia da raccontare? E non basta un tema forte come quello dei prematuri e del rapporto tra medici, madri in attesa, l’aborto a sopperire a questa mancanza.

La scrittura è dignitosa, più matura rispetto ai racconti, forse più consapevole, ma il libro comincia e finisce e uno manco se ne accorge, lo spazio bianco del titolo, per il quale si sono sprecate interpretazioni e allegorie è  piuttosto, l’assenza di una narrazione, di una trama, di una direzione. I protagonisti non si spostano durante tutto lo svolgimento del testo dal punto A verso alcun punto B, alla fine abbiamo solo – probabilmente – un personaggio in più, ma tanto tutto il libro, con la scusa di parlare di una maternità complicata e dolente, di una sanità non sempre all’altezza, delle donne che finiscono per “fare famiglia” da sole, si risolve nel riprorre gli stereotipi tipici delle narrazione di Parrella: la sua Napoli divisa in due (vista in decine di fiction e letta in decine di altri libri o articoli giornalistici), quelli che sono colti e complicati e quelli che invece parlano in dialetto, vanno alle scuole serali per avere un aumento di stipendio o essere messi in regola sul lavoro o per ottenere la cittadinanza.

E ancora una volta, scrive delle donne che finiscono per restare sole, indipendenti e forse un po’ tristi, contrapposte ad altre sottomesse, forti della saggezza della rassegnazione, piene di figli ma fragili nei confronti di una società che tende ad approfittare della loro insipienza. Dove sono tutte le altre donne?

E dov’è la storia? Per scrivere pagine prive di storia, bisogna “distrarre” il lettore con altro: una scrittura meravigliosa, dialoghi avvincenti, spaccati di vita interessanti o divertenti o intensamente commoventi e in questo libro non c’è niente di tutto questo. Anzi non c’è quasi niente in generale. Uno spazio bianco, appunto.

Se questo è un romanzo

Wednesday 18 July 2007

Questa è la mia libreria su Anobii. Anzi no, è una parte della mia libreria, quella che non vorrei avere. Non amando il progetto di Anobii e tenendoci a farlo sapere, ho creato sul sito la mia contro-libreria in cui inserirò tutti i libri che possiedo e ho letto e che vorrei dimenticare. A che serve? A nulla, come tutte le librerie presenti su Anobii.

C’è poi il fatto che oggi ho avuto tanto tempo libero.

Ad ogni modo, il primo libro inserito è Boccalone di Enrico Palandri (si vedrà quando riusciranno a trovarlo visto che la mia edizione è quella del 1979 e dunque non ha codice ISBN): il peggior libro che io abbia mai letto, ma sento di poter affermare con tranquillità che è anche il peggiore che sia mai stato scritto in terra italica.

Doverosa premessa è che questo libro in una prima edizione ormai introvabile, è un suo regalo (sempre per il mio compleanno), e che in quanto tale è stato graditissimo, ciò non toglie però che il romanzo sia pessimo.

Adesso io non credo che abbia senso stroncare libri che siano semplicemente brutti o inutili, la stroncatura è un’arte, richiede impegno, ancor più di una recensione positiva. Le argomentazioni devono essere inoppugnabili o comunque reggere alle obiezioni e non possono rivelare prevenzioni o pregiudizi di sorta: la stroncatura deve essere sempre sincera, spietata, necessaria. Quindi ha senso stroncare solo quei libri davvero brutti che per di più implichino problemi criticamente rilevanti o che mostrino una tendenza ritenuta dannosa, da parte del recensore naturalmente, per la letteratura.

Questo è il caso di Boccalone che a parer mio, a distanza di trent’anni, continua a mietere vittime e causare danni alle patrie lettere.

Dunque, Boccalone (sottotitolo “Storia vera piena di bugie”), è stato pubblicato dal piccolo editore “L’erba voglio” di Elvio Fachinelli nel 1979, con un discreto successo e poi da Feltrinelli nel 1988 e infine da Bompiani nel 1997 e ancora nel 2002.

E’ il racconto in prima persona delle pene d’amor perduto di un giovane studente del Dams nella Bologna del 1977 sullo sfondo delle vicende di violenza e contestazione del movimento universitario con i risvolti politici e culturali e le illusioni che l’hanno accompagnato e che l’hanno creato.

Gli echi politico-sociali nel romanzo non sono davvero determinanti però, su tutto svetta l’io tormentato di questo ventenne (la storia è autobiografica), la sua visione del mondo (che in realtà è una non-visione), il disagio nei confronti della vita, l’incapacità di crescere, la difficoltà a relazionarsi con se stesso e con gli altri e a vivere pienamente l’amore senza annichilirlo nelle paturnie: emblematico il continuo raffronto tra la storia del protagonista e quella raccontata in “Io e Annie” di Woody Allen.

Lui è Enrico, lei è Anna con “la sua bellissima fretta di vivere tutto” (stucchevole e poco originale no?) e tutt’intorno a loro gli amici, un gruppo indistinto di giovani fuori sede che vivono alla giornata, praticano l’amore libero ma non ne sono sempre contenti, recitano Majakovskij e parlano di De Saussurre e Chomsky, ma probabilmente non hanno mai letto Fitzgerald, e per dimenticarsi del mondo e dello schifo in cui credono di vivere, cercano rifugio nella droga e nei viaggi disorganizzati, alla ventura, stravaccati su materassi accumulati per terra, ora a casa di uno ora di un’altra senza che sia importante conoscerli davvero: “Non abbiamo desideri, solo una gran paura; è l’atmosfera paranoica di chi ha ucciso Majakovskij, chiusi nel nostro buco ad aspettare la fine dell’inverno” dice il protagonista Enrico e “la paranoia non si deve scavare, bisogna riuscire a scavalcarla” sentenzia Gigi, il suo migliore amico, che secondo me doveva essere sempre in preda alle allucinazioni da acido.

La trama non c’è naturalmente, è un amore giovanile come tanti che iniziano e finiscono: tra la voglia che duri per sempre e il timore che non finisca mai. E’ poco più di un diario adolescenziale, mio cugino che ha 16 anni – ed è perdutamente innamorato di una sua compagna di classe, mentre si dispera perché non può più fare un po’ “lo stupido in giro” – lo saprebbe riscrivere ad occhi chiusi. (Peraltro è persino di Bologna, lui).

L’amore deve essere problematico, si devono imbastire gran discorsi intorno, amare qualcuno e basta è per le persone semplici, poco interessanti, sicuramente non per questi studentelli universitari che hanno occupato l’ateneo e lottano contro il sistema! Ci s’innamora di una, si vorrebbe stare sempre con lei, ma poi ci si strugge per questo bisogno. La si vorrebbe sposare ma persino l’dea del fidanzamento crea ansia.

Il sistema non va bene, bisogna abbatterlo, ma l’atteggiamento è: “ci penserò domani (rossella o’hara)”.

Boccalone sembra quindi un libro che non dovrebbe indignarmi più di tanto perché insulso, inutile, brutto.

Non ci sono elementi tecnici o stilistici da rilevare, anzi.

Ricorre ad alcuni sciocchi espedienti da rivoluzionario letterario della domenica come l’eliminazione di molte maiuscole o la continua riflessione metaletteraria su quanto sta scrivendo, giudicandosi e improvvisando schemi di poetica da quattro soldi: “Devo rompere la catena grammaticale legata alla prima persona e ai tempi passati; […] mi servono modi e costrutti sintattici di movimento, che mostrino la confusione dalla parte della confusione, e devo perdere questo soggetto prepotente e arrogante che determina tutte le situazioni in cui si trova”.

Epperò quelle parole buttate direttamente sulla pagina dopo averle pescate dal “di dentro”, quei paragrafi scritti come esercizi da seduta di autocoscienza, propongono un’idea di letteratura e di narrativa che è dannosa, deleteria e pure pericolosa. E quindi m’indigno sì!

Di questo libro si è detto che ha agito come uno spartiacque rompendo con le avanguardie degli anni ’60 e ’70 e rinnegando il discorso sullo stile che aveva ossessionato soprattutto i tipi del Gruppo ’63, per aprire la stagione letteraria degli anni ’80, quella dei vari Tondelli, De Carlo, Celati, Del Giudice, Piersanti, Lodoli.

Adesso, fermo restando che secondo me sarebbe stato meglio se quella stagione non si fosse mai aperta – anche pensando che poi per rispondere ai “tondelliani” che già hanno avuto le loro colpe, sono venute fuori le varie correnti del Pulp, del Nevromanticismo e dei Cannibali, peggio mi sento vorrei aggiungere -, indicare proprio Boccalone come libro simbolo di una nuova tendenza mi pare azzardato anche perché il romanzo non propone seriamente alcun ideale estetico, alcuna poetica definita, ma solo vaghe allusioni alla scrittura come urgenza da assecondare: “scrivo perché mi viene di farlo, io funziono tutto come se mi scappa la pipì, magari non la faccio subito, ma prima o poi la faccio; così adesso mi scappa di scrivere questa storia” e ancora “non ho uno stile nello scrivere e neppure nel parlare; parlo un po’ come maurizio, un po’ come gianni, un po’ come gigi, eccetera eccetera, cioè chissà come quanti altri”.

In un’intervista in cui rispondeva a una domanda sulle implicazioni culturali del suo primo romanzo e il rapporto con i maestri, Palandri risponde che sicuramente la sua generazione di autori contestava la loro enfasi dello stile, insieme all’idea di una letteratura identificabile col contenuto (e allora mi domando cosa dovrebbe essere la letteratura una volta spogliata di contenuti e forma) e infatti nel libro, il senso, il contenuto si perde, diventa accessorio, incidentale: “credo sia utile evitare le decisioni, trovare i buchi nell’ordine del discorso e di là far scappare il senso”. Persino la tecnica va stigmatizzata, nessun’idea organica di scrittura, nessun’istanza formale da rispettare o creare: “mi scappano delle cose da dire” e “il bello di queste pagine è che tutti possono scriverle e che tutti sono scrittori”.

Appunto.

Perché questo libro ha avuto così successo? Perché amare un libro che rinnega il ruolo dello scrittore e della letteratura? Perché leggere un romanzo che viene meno a tutti gli elementi che identificano la letterarietà di un’opera? Perché sostenere la necessità implicita di espungere da un racconto i filtri narrativi, la mediazione della finzione? Perché lodare la contestazione persino del ruolo individuale dell’autore?

Perché è più facile, perché ancora una volta, questo libro fa sembrare l’atto dello scrivere una cosa da tutti, perché spinge a riconoscersi – esseri sensibili e delicati – nei tormenti di questo ventenne problematico e romantico che inventa canzoncine per parlare di se e della sua bella e teorizza una società migliore senza proporre ricette, basta rifiutate il modello esistente.

Fare di questo libro un esempio, scrivere come recita la quarta di copertina della mia edizione del libro che “dopo questo libro non si potrà più dire che i giovani non sanno scrivere” è sciocco e pericoloso. Quali giovani non sanno scrivere? Quali invece sanno scrivere? E che c’entra essere giovani con la scrittura? In che modo l’età qualifica un testo?

Se pure a Tondelli non si può perdonare di aver spinto gli esordienti del suo “Progetto Under 25” a scrivere “non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all’estero, descrivete di chi vi siete innamorati […] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell’università, delle aule scolastiche”, dando l’avvio all’intimismo e al giovanilismo che ancora oggi ci ammorba, di aver diffuso una concezione dello stile narrativo come resa del sound del linguaggio parlato (che in effetti si è tradotta spesso nella rinuncia a qualsiasi ricerca stilistica personale) e soprattutto, di aver scoperto la Ballestra, Romagnoli e Culicchia tra gli altri, ma non gli si può non riconoscere un certo talento per la creazione di atmosfere e luoghi simbolo di una generazione, a Palandri – suo compagno a Bologna e nei primi anni della nuova leva letteraria degli anni ’80 – non si può perdonare proprio nulla per questo romanzo, tantomeno le convinzioni confuse e inutilmente ribellistiche e iconoclaste che lo sostengono.

Scrive ancora Palandri/Enrico: “niente critiche, per favore, pugni baci e cazzotti, anche parole e lettere d’amore, ma niente critiche!”, figuriamoci! Se non deve esistere lo scrittore, non sia mai che il critico abbia un ruolo, tutti devono scrivere quello che vogliono, come vogliono.

E poi “non è un romanzo, non sono uno scrittore, che di stronzi è già pieno il mondo”.

Ecco sulle prime due asserzioni non credo ci siano dubbi, almeno per l’epoca, ché io dei suoi libri seguenti non ne ho letto nemmeno uno, sulla seconda mi astengo dal giudizio non conoscendolo personalmente.

Certo però che il personaggio (autobiografico) del suo romanzo non mi pare molto simpatico.

 

UPDATE

Il mio tipozzo (come lo chiama il cugino bolognese di cui sopra, al momento in trasferta romana a casa mia, esilarandomi) ha ripreso questo post e l’ha ampliato con un adattamento del “Dogma italico” stilato per il cinema, alla letteratura italiana. Mi pare sacrosanto.

Nei commenti apprendo grazie ad Orazio che di Tondelli ha di recente scritto anche Gian Paolo Serino e visto che per una volta siamo d’accordo su qualcosa – anche se probabilmente la pensiamo allo stesso modo per motivi diversi – sono ben lieta di segnare il bell’articolo incriminato.