Pastiglie III / Le stanze di Libero Bigiaretti

26 April 2011

Direttore dell’ufficio stampa dell’Olivetti a Ivrea; co-fondatore nel ’44 con Corrado Alvaro e Francesco Jovine del “Sindacato nazionale degli Scrittori”; vincitore del Premio Marzotto (1954) e del Viareggio (1968); amico di esponenti di spicco della cultura italiana del ‘900, da Giorgio Caproni a Mario Luzi; critico e giornalista tra i più acuti; scrittore sensibile e attento ai cambiamenti di gusto del lettore e alle varie tendenze letterarie, che spesso addirittura anticipava, Libero Bigiaretti dovrebbe essere uno dei nostri maggiori vanti, citato e ripubblicato a oltranza.

Invece pochi lo ricordano fuori dalla sua città natale, Matelica, e i suoi libri sono quasi tutti fuori catalogo – solo qualche piccolo illuminato editore, ogni tanto, ne ripubblica qualcuno tra l’indifferenza del grande circo letterario italiano.

Tra le sue opere più neglette, tanto da non avere avuto una sola riedizione dalla data della prima pubblicazione Bompiani del 1976, c’è Le stanze, un libro sorprendente, a metà strada tra il memoriale e la biografia romanzata, in cui Bigiaretti seguendo il filo rosso di una trama tutta interiore, e con una scrittura che alterna un tono elegiaco e febbrile e una prosa pacata ed elegante, conduce il lettore nei luoghi della sua memoria, Matelica in primo luogo, cui è dedicato un intero capitolo, poi Ivrea, Roma e infine Vallerano, dove ha trascorso gran parte degli ultimi anni della sua vita.

Le stanze del titolo sono le stanze della memoria, che lui identifica con nomi diversi, e dalle quali immagina di entrare e uscire per incontrare decine di persone reali, vive o morte – da Olivetti a Borges, da Neruda a Picasso –  con le quali rievoca aneddoti e ricordi, ma soprattutto s’interroga sul ruolo dello scrittore e dell’intellettuale, e sul senso più profondo dell’esistenza.


Pastiglie I

12 April 2011

Pubblico qui le prime dodici puntate (quelle dell’anno scorso quindi) di “Pastiglie”, la mia rubrica su Stilos dedicata ai libri persi e/o ritrovati.


Libro che va, libro che viene per Harry Grey.

Pseudonimo di David Aaronson, sebbene alcuni fonti lo riconoscano come Harry Goldberg, Grey è uno degli autori dalla fortuna più altalenante nella storia della letteratura mondiale: il suo nome vivrà per sempre della luce riflessa del capolavoro di Sergio Leone, “C’era una volta in America” – basato in parte proprio sul suo primo libro, The hoods (1952), fortemente autobiografico, tradotto per “Longanesi” nel ‘66 in Mano armata da Adriana Pellegrini – tanto che molti ignorano che il film non sia una storia originale.

A distanza di più di trent’anni dall’ultima edizione di Mano armata, (sempre “Longanesi” del 1983) è appena uscito per “Mattioli1885” il terzo e ultimo romanzo di Grey, Portatrait of a Mobster (1958), inedito per il nostro paese, ma poco conosciuto anche in patria, tradotto da Francesca Pratesi in Ritratto di un gangster (mentre ancora nell’oblio è il suo secondo libro Call me Duke scritto nel 1955, che in Italia ha avuto una sola edizione negli anni ’60).

Arthur Flegenheimer, il gangster del titolo, detto Dutch Schultz per le sue origini tedesche, non è un personaggio complesso e romantico come il David-Noodles-Aaronson di Mano Armata, e in questo gioca un ruolo fondamentale l’assenza di autobiografismo nella sua storia, quella componente nostalgica da ricerca del tempo perduto, che caratterizza la vicenda di Noodles.

Dutch è invece un poco di buono senza scrupoli, pronto a tutto per il denaro, con una passione sfrenata per le donne, soprattutto se giovani e disinibite. Il romanzo ne racconta la rapida ascesa nella malavita del proibizionismo, tra poliziotti corrotti, rosse femmes fatali e viziosi speakeasy, e l’irrefrenabile caduta.

Lo stile è quello asciutto e incisivo di Grey, ma la sua voce qui è meno lirica, più nervosa, quasi spietata.


dal numero di febbraio 2010 di Stilos

In a sentimental mood

14 March 2011

In omaggio a Joe Morello, scomparso sabato scorso all’età 82 anni, riesumo questo post del lontnao 2004, a cui sono molto legata.

Take Five Joe!

 

La prima volta che l’ascoltai, avrò avuto sì e no 10 anni (forse era la sigla di qualche programma, non riesco a identificarlo con esattezza: e da allora è rimasto il mio pezzo preferito, anche se ne ho scoperto il titolo solo poco tempo fa). Se non ricordi il titolo di un libro è facile trovarlo, puoi servirti del nome dell’autore, o della trama, o di qualche frase che ti gira in testa, allo scopo di orientarti; ma per recuperare il titolo di un brano completamente strumentale come si fa? Ho provato in questi anni ad accennarlo a chiunque s’intendesse un po’ di musica, per poi rivolgermi – disperata – anche a chi non ne sapeva nulla. Niente. Sembrava che tutti conoscessero quel motivo – è famosissimo – e ne avessero il titolo sulla punta della lingua, ma continuava a sfuggirgli, e così sfuggiva anche a me. Ho acquistato dischi e cd, scaricato dal web, quasi a caso, centinaia di brani sperando di sentire all’improvviso quella musica diffondersi nell’aria: magari (conoscendo musicisti e armonie e strutture melodiche del genere a cui appartiene) sarei riuscita ad individuarlo. Pensavo, che alla fine, con l’esperienza, sarei riuscita a distinguere e identificare il sound dei musicisti che lo eseguivano e sarei venuta a capo di quel mistero. E se ne sono andati così 19 anni. Poi un giorno, di nuovo quel riff famosissimo, il piano impegnato in tema ossessivo ripetuto ad libitum, il trascinante assolo di batteria, l’introduzione al sax alto che domina tutto il pezzo e l’insolito tempo in 5/4. E allora sento la musica che mi graffia la pelle, i piedi iniziano a battere il tempo, la testa dondola, gli occhi si chiudono, e il ritmo sale. Mi viene da piangere. E invece rido. L’ho ritrovato. E come quella prima volta, smetto di respirare per non interferire col ritmo: e immagino una coppia danzare davanti ad una finestra in una stanza buia, due ombre blu. Una volta li ho ritrovati in un romanzo, questi due amanti. Consumavano la loro passione in una stanza d’albergo e forse hanno anche ballato, l’autore non ce lo dice, ma in sottofondo – mentre lui dice a lei: “Ti spiace se abbasso la tenda?” – per me, c’è proprio questo pezzo, e la scena sfuma, in dissolvenza su un tappeto di note.

Le note di Take five.

Certo all’epoca in cui è stato pubblicato il romanzo, il brano non era ancora stato registrato, ma sono sicura che se l’avesse ascoltato, anche Fitzgerald l’avrebbe scelto come colonna sonora di questo suo libro, che naturalmente è Tenera la notte. Take five infatti è stato scritto da Paul Desmond solo nel 1959, per l’album Time out del David Brubeck Quartet: con David Brubeck al piano, Paul Desmond al sax alto, Joe Morello alla batteria e Eugene Wright al contrabbasso.

Adesso so che il pezzo – il cui titolo deriva dall’espressione rivolta ai musicisti durante le prove, per dar loro il permesso di prendere cinque minuti di intervallo – è uno degli hits della storia del jazz, ormai un classico cool, che ha venduto oltre un milione di copie. Desmond l’ha scritto perché serviva un brano per l’assolo di Morello ed ha composto così il primo pezzo jazz in 5/4, ossia con un tempo dispari, basato sulla contrapposizione tra l’andamento ternario del piano di Brubeck e quello binario del sax di Paul Desmond, mentre lo schema tipico del jazz – fino a quel momento – prevedeva un tempo in 4/4.

Ma non voglio sapere troppo di questo brano, ne conosco le cose essenziali: l’efficacia dell’assolo armonico, la sorpresa delle poliritmie, l’ossessività del pianoforte, e soprattutto il ritmo seducente del sax.

E’ come per i libri – solo per quelli che ami, naturalmente – non devi saperne troppo dell’autore o della loro genesi, ne perderesti la magia. Sai già quello che basta.


“Ti spiace se abbasso la tenda?”.

Un anno di Stilos (sul resto torno)

5 January 2011


Molte cose che mi sono capitate quest’anno sono legate a Stilos, molte cose che ho fatto, persone che ho conosciuto, esperienze, viaggi, per questo voglio inaugurare un nuovo anno di questo blog ricordando la campagna d’abbonamenti alla rivista: la cultura in Italia costa cara anche a chi la fa.

Un anno di Stilos significa anche un anno della mia rubrica “Pastiglie” così ecco i libri e gli autori di cui ho scritto in questi dodice mesi, scoprendo a volte che alcuni di quelli smarriti sono stati nel tempo riscoperti da editori illuminati che magari in parte seguono me e questo blog e si sono sentiti ispirati. Mi piace pensarlo.

Febbraio 2010: Harry Grey, Ritratto di un gangster, Mattioli 1885 – libro ritrovato

Marzo 2010: Jan Struther, Mrs Miniver – libro smarrito

Aprile 2010: Libero Bigiaretti, Le stanze – libro smarrito

Maggio 2010: Zora Neale Hurston, I loro occhi guardavano Dio, Cargo – libro ritrovato

Giugno 2010: Ercole Patti, Quartieri alti – libro smarrito

Luglio 2010:  Bonaventura Tecchi, Tre storie d’amore, Avagliano – libro ritrovato

Agosto 2010: Jean De La Ville de Mirmont, Le domeniche di Jean Dezert, Excelsior1881 – libro ritrovato

Settembre 2010: Roberto Mariani, Cuentos de la oficina, Le nubi – libro ritrovato

Ottobre 2010: Sholem Aleichem, Che fortuna essere orfano, Stradebianche-Stampaalternativa – libro ritrovato

Novembre 2010: I racconti di Jack London sul pugilato, Mattioli1885 e PIano B Edizioni – libro ritrovato

Dicembre 2010: Harry Sinclair Lewis, Babbit – libro smarrito

Gennaio 2011: Patrick Dennis, Povera piccina, Adelphi – libro ritrovato


Vi anticipo che la pastiglia di febbraio sarà dedicata a Umberto Simonetta, che ho appena scoperto grazie a uno dei miei fornitori ufficiali di libri e consigli e già adoro.

Se avete suggerimenti per le future pastiglie, sono qui: devono essere libri appena ritradotti o tradotti per la prima volta, ripubblicati da pochi mesi, o libri di cui non si danno edizioni o traduzioni da almeno vent’anni.

Prenditevi na pastiglia sentit’ammè!

The catcher in the Ray*

27 September 2010

Un giorno un uomo si toglie una scarpa a causa di una vescica ed entra nella leggenda. Un altro all’improvviso decide di ritirarsi dal mondo ed è subito mito.

Forse è un po’ meno facile di così, ma non troppo.

Siamo nell’America del XX secolo e i due uomini sono il miglior esterno sinistro di tutti i tempi, Joe Jackson (soprannominato “Shoeless Joe” per essersi presentato una volta al turno di battuta senza scarpe), e uno tra i più grandi scrittori di sempre, Jerome David Salinger.

Ad unirli è la passione per il baseball e quel rapporto ancestrale tra sport e letteratura che da sempre ha spinto gli scrittori a fissare sulla pagina le imprese degli atleti: la letteratura crea mondi, personaggi, storie, partecipa in questo senso al divino, e gli atleti sono semidei che superano i loro limiti e travalicano l’umano.

In questo caso però il legame è doppio visto che entrambi, magia della letteratura, sono i protagonisti di un romanzo bellissimo, Shoeless Joe, scritto dal canadese  William Patrick Kinsella nel 1982 e tradotto in italiano solo l’anno scorso da Marco Rossari per le edizioni 66thand2nd.

In Italia però avevamo potuto conoscere la storia raccontata da Kinsella grazie alla trasposizione cinematografica ne “L’uomo dei sogni” di Phil Alden con Kevin Costner  (1989). Agli autori del film però non viene concesso di usare il nome di Salinger e al suo posto troviamo Terence Mann (interpretato da James Earl Jones), uno scrittore distrutto dal maccartismo e poi ritiratosi a vita privata. Il film è molto bello – ha ottenuto ben 3 nomination agli Oscar e il sesto posto fra i migliori film del genere fantasy secondo l’American Film Institute – tuttavia il libro con il suo procedere lento ma vivace, e le bellissime descrizioni di un’America che appartiene ormai all’immaginario collettivo, è meraviglioso.

Il protagonista del romanzo è Ray Kinsella, un puro, un sognatore, un uomo che di diritto ha accesso al divino e al mistero e che non ha paura di inseguire i suoi sogni. Vive nell’Iowa con l’amatissima moglie e l’adorata figlioletta, ha lasciato una carriera da assicuratore per acquistare una fattoria e mettere su famiglia, la sua grande passione è il baseball, lo sport di un’intera nazione, più del calcio da noi: è una religione, una tradizione, un vincolo. Non naviga nell’oro, è il caso di dire che vive d’amore e di sogni, e poi ha quel nome che compare in uno dei racconti di Salinger, che lo fa sentire un po’ speciale. Come tutti ha un dolore nascosto, il rimpianto per il rapporto conflittuale con suo padre, che gli ha trasmesso la febbre del baseball, morto troppo presto.

Un giorno mentre si trova nel suo campo di granoturco sente una voce che gli dice “Se lo costruisci, lui verrà”.

 

«Ma era proprio una voce quella che avevo sentito? O era qualcosa dentro di me ad avere pronunciato una frase che non avevo sentito con le orecchie ma con il cuore? Perché avrei dovuto obbedire a quell’ordine? Mentre me lo chiedevo, conoscevo già la risposta. Ecco gli amori della mia vita: Annie, Karin, l’Iowa e il baseball. Il grande dio Baseball».

 

Da qui inizia il racconto on the road verso la realizzazione di un sogno, ma anche la ricerca di se stesso e del senso della vita.

Ray capisce di dover costruire un campo da baseball, di dover cercare Salinger – la solita voce gli dice anche «Lenisci il suo dolore» – e portarlo a vedere una partita di baseball, per trascinarselo dietro e fargli vedere il suo campo dietro casa, lì dove c’era il granturco.

E poi aspetta che lui arrivi, come gli ha detto la voce.

E lui è proprio Shoeless Joe Jackson, il cui guantone una volta venne definito da un famoso giornalista sportivo come «il posto dove i tripli vanno a morire», in cerca di una seconda opportunità dopo lo scandalo che ha colpito la sua squadra nel 1919, il famoso Black Sox Scandal, il momento più buio di tutta la storia del baseball: otto membri della squadra dei White Sox vengono accusati di aver venduto una partita delle World Series e tra di loro c’è anche Joseph Jefferson “Shoeless” Jackson. Alla fine verranno assolti dall’accusa ma squalificati a vita. Ancora oggi non tutto è chiaro in questa vicenda e soprattutto non è certa la partecipazione di Shoeless Joe nell’imbroglio, anche perché non solo più volte i suoi colleghi hanno escluso che fosse implicato, ma soprattutto perché sul campo ha sempre dato il massimo. Probabilmente ingenuo, analfabeta, poco scaltro com’era, aveva accettato di barare salvo poi cambiare idea e giocare come sempre per vincere.

E Shoeless Joe alla fine arriva, guarda il diamante di Ray, lo prova, e poi torna di nuovo e si porta dietro i suoi compagni, tutta la squadra dei White Sox al completo, più un ragazzino passato alla storia per aver giocato solo due inning, Moonlight Graham, poi diventato medico, anche lui scovato da Ray e condotto al suo campo per fargli rivivere il suo sogno. E insieme a tutti loro arriva un altro ragazzo: è lui che doveva arrivare davvero, è lui che Ray aspettava. Realizzando il sogno di tutti, da Shoeless Joe ai sette White Sox squalificati, da Moonlight Graham a Salinger, Ray arriva a realizzare il suo.

Shoeless Joe è un romanzo sui sogni certamente, ma anche sull’attesa, sulla passione, sull’innocenza, sulle seconde possibilità, sul perdono. E’ la storia commovente di un uomo e di un’intera nazione costruita sull’idea del ricominciare da capo e la convinzione che tutti possano farcela. Un’America che forse si è ormai allontanata dalle sue radici, ma che da qualche parte ancora esiste e continua a far sognare.

E se ami J. D. Salinger, Shoeless Joe è il romanzo che ti dà l’illusione di vederlo muovere, camminare, parlare: nemmeno per un secondo pensi che non sia lui a vivere in queste pagine, è esattamente come te l’aspetti e allora quella voce che per Ray gracchia dagli altoparlanti di un campo immaginario, per te arriva dritto da quelle pagine e ti dice: «Se lo leggi, lui verrà».

 

 

*Il titolo non è mio, ma suo.

90 di questi giorni

22 August 2010

Auguri al più grande mago del mondo

E’ a lui che si deve in parte questo blog, sicuramente il titolo.

… “paese dell’anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i meriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese fatto più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto al sole. Paese di gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia …“

 

Il blog non è morto (ma non se la passa tanto bene, come me del resto). W il blog!

7 June 2010

Qui se vi mancano le mie (dolci) parole potete trovare la mia stangata a Storia della mia purezza di Francesco Pacifico, sul Corriere Nazionale (per la pagina della cultura di Stefania Nardini) di qualche settimana fa, la prossima sarà su Tutti hanno ragione di Paolo Sorrentino, libro stregato da una mela andata a male, più che avvelenata.

Sul numero di giugno di Stilos appena uscito invece, per la mia rubrica “Pastiglie”, parlo di Quartieri alti di Ercole Patti. Ma la cosa più importante del numero a parte un inedito di Enzo Siciliano bellissimo, Tourneé, è l’intervista esclusiva rilasciata a Giampaolo Mazza da Roberto Saviano, e tanto altro, naturalmente.

Per non parlare solo di me, nonostante questo sia il mio blog, per chi non lo sapesse, segnalo la traduzione di un libro bellissimo ad opera di Ettore Bianciardi: Che fortuna essere povero di Sholem Aleichem, uscito per le edizioni Strade bianche -Stampa Alternativa (e quindi in collaborazione con Mauro Baraghini di Stampa alternativa), disponibile gratuitamente anche in .pdf, ma non metto nemmeno il link alla pagina di download perché il libro stampato – come sono i libri e come saranno sempre – costa solo 9 €, quindi direi che potreste anche acquistarlo (fatte salve le possibilità economiche, e – per me, solo in questo caso – hanno ragione Bianciardi e Baraghini con la loro iniziativa dei bianciardini e dei libri disponibili gratuitamente, perché in questo caso la cultura e quindi anche i libri, devono essere accessibili a tutti).

Il libro racconta della diaspora degli ebrei – come quasi tutti i libri di Aleichem (nome d’arte peraltro), solo alcuni però tradotti in italiano – e la racconta attraverso gli occhi ancora capaci di stupirsi, anzi di stupefarsi di un bambino. E’ un lungo viaggio da un piccolo villaggio dell’odierna Ucraina e dai progrom, fino in Europa e poi nella sognata America terra di promesse e meraviglie. La scrittura è quella leggera ma intensa e intrisa di odori, sapori, colori della lingua e della letteratura yiddish, che io trovo un vero e proprio genere letterario, come il noir o i romanzi di formazione.

Se ne riparla comunque.

Ego-riferita

11 May 2010

Sul nuovo numero di Stilos trovate la mia intervista a Dan Fante in occasione della ristampa di Angeli a pezzi; una recensione del libro Jean-Claude Izzo. Storia di un marsigliese di Stefania Nardini (con cui sarò a Perugia il 27 Maggio per “iLibri. Scrittori e critici di Stilos alla Stranieri“); Zola Neale Hurston per la mia rubrica “Pastiglie” sui libri persi e quelli ritrovati, e questo pezzo su Palace of the end di Judith Thompson pubblicato dalla Neo. Edizioni.

A parte me, non potete perdervi lo speciale dedicato alle prime edizioni di libri prestigiosi e di valore. E tutto il resto, anche. Però, intanto abbonatevi, e poi andate a leggere!


P.s

Lo so, il blog ha qualche problema, al momento non riesco a risolverlo e a dire la verità non ho molto tempo per pensarci, ma se qualche volenteroso volesse darmi una mano…

Acqua e sale, mi fai bere

19 April 2010

L’altro giorno Davide e io parlavamo di cosa ci aspettiamo dai libri quando li leggiamo e quindi di cos’è la letteratura, tema naturalmente affrontato più volte e sul quale ci troviamo perlopiù ai poli opposti del mondo.

A un certo punto però lui dice che a un libro ogni volta chiede: «fondimi e confondimi… spaventami» – citando una poesia di Patrizia Valduga (“Vieni, entra e coglimi”) – non mi dilungherò a spiegare cosa intenda con questo (lo farà lui, qui o altrove, se ne ha voglia), ma il senso s’intuisce, mi pare. E ancora una volta io non sono d’accordo.

A parte il fatto che una simile aspettativa farebbe fuori più della metà dei libri che amo e che considero fondamentali per me e per la letteratura in genere, ma poi io non chiedo nulla ai libri che mi riguardi, non voglio nemmeno che mi parlino, voglio una storia che mi piaccia ascoltare, una scrittura che mi faccia godere, qualche rara epifania al massimo e, se proprio aspetto di trovarmi davanti un capolavoro, che questo libro mi dica qualcosa sull’uomo che non sapevo, o che sapevo ma non sarei mai stata in grado di dire così bene.

E soprattutto non cerco ogni volta un capolavoro, ma un buon libro che mi ripaghi del tempo che ho speso a leggerlo; se poi riesce a farmi dimenticare di essere una lettrice professionista e a nascondere bene i vari artifici retorici o tecnici che si celano dietro ogni scrittura degna di questo nome, e non mi fa pensare che quella cosa o quell’altra si poteva dire con meno parole o con altre parole, o che magari l’autore poteva addirittura non dirla, allora quel libro si è guadagnato la mia riconoscenza imperitura e il suo posto nella mia personale libreria sentimentale, dove ci stanno pochi libri, ma di quelli imperdibili.

Un posto in questo scaffale privatissimo se l’è appena guadagnato Acqua di mare di Charles Simmons, un romanzo sull’amore e la morte come riti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dichiaratamente ispirato a Primo amore di Turgenev; ma si tratta più di un omaggio che di una riscrittura. Lo stesso Simmons, nell’intervista che chiude il libro nell’edizione Bur, dichiara a Mariarosa Bricchi che in fondo ci sono storie già precostituite da cui tutti gli autori traggono spunti, per poi reinventarle.

Acqua di mare è un romanzo di formazione senza dubbio, ma ogni etichetta è poco utile a renderne gli aspetti più notevoli: la levità della scrittura, la precisione della parola, la perfezione di una struttura narrativa che non mostra mai cedimenti o sbavature. Solo nel modo e con le parole in cui Simmons l’ha scritta, poteva essere raccontata questa storia.

Il libro inizia dalla fine, o meglio, l’incipit fulminante contiene tutta la storia: «Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato». Simmons dice subito che è una storia d’amore e di morte che ha per protagonista un ragazzino che probabilmente sta per vivere l’ultima estate spensierata della sua vita, ci da tutte le indicazioni per immaginare gli sviluppi della trama e prefigurarci il finale; eppure, mentre leggevo il libro, e le sue descrizioni brevi e precise, i dialoghi brillanti e di tanto in tanto rivelatori, vedevo sfilare davanti a me quei personaggi – tutti, anche quelli secondari – descritti così bene attraverso gli occhi degli altri protagonisti, tanto da riuscire a immaginarli in ogni dettaglio, mi addentravo così profondamente nella storia e partecipavo tanto visceralmente alle vicende che Simmos racconta, da dimenticarmi quello che avevo appreso sin dalle prime righe e alla fine mi sono persino stupita e ho un po’ sofferto per il drammatico epilogo della vicenda. La trama ha poca importanza: durante un’estate in un’isola dell’atlantico un ragazzino s’innamora, per la prima volta, di una bellissima straniera più grande di lui di qualche anno e scopre che lei invece è presa da qualcun altro; alla fine il padre del protagonista muore cadendo fuori dalla barca su cui hanno trascorso gran parte del loro tempo insieme (ci sono poi un altro paio di elementi che però taccio per non rovinarvi la lettura).

Anche l’ambientazione, ad eccezione della presenza costante del mare, è del tutto ininfluente ai fini della storia, tanto che Simmons ha scritto questo libro a sessant’anni suonati nel 1998, ambientandolo però nel ’63, ma potrebbe benissimo essere stato scritto nell’800, come Primo amore di Turgenev, o essere ambientato ai giorni nostri: cambierebbe poco, perché a rendere questo romanzo così straordinario, è la maestria dell’autore, la sua capacità di racchiudere il dramma in poche pagine e di farlo esplodere senza deflagrazione, come una bomba sotto la superficie di quell’acqua di mare che s’increspa leggermente e poi s’innalza per ricadere infine placida su se stessa e continuare a scorrere; è la sensazione agrodolce che si prova sfogliando le pagine, la malinconia per un amore non corrisposto e per un altro, forse più grande, quello del protagonista per il padre, che viene messo a dura prova fino all’epilogo definitivo che lo cristallizzerà per sempre («ora io sono più vecchio di papà quando annegò. Non so perché mi sento ancora un bambino»); è il sapore di salato sulle labbra e sulla pelle che Simmons riesce a rievocare alla perfezione, e del quale non si riesce a distinguere la provenienza: se l’acqua di mare o le lacrime.

E’ un romanzo costruito sulla parola, sulla scelta della frase più adatta a rendere questa o quella sensazione, un’emozione anche piccola, un sentimento, dettagli e sfumature che tutti insieme restituiscono un mondo e il senso della tragedia che si sta per consumare: «credo che una delle attrattive della scrittura, per me, sia il fatto che devo dire le cose una volta sola. Prendere o lasciare» – dice Simmons a Bricchi, e ancora – «per me la frase è l’unità di misura del senso».

Solo due considerazioni a margine: com’è possibile che uno scrittore così grande non sia stato tradotto in Italia fino al 2007 (da Massimo Bocchiola), quando è stato sdoganato proprio con Acqua di mare, che è l’ultimo romanzo che ha scritto, ma al suo attivo ne aveva già altri quattro, uno dei quali gli è addirittura valso nel 1964 il William Faulkner Award? E poi, se un libro così fosse finito sulle scrivanie della maggior parte degli editor delle nostre case editrici, l’avrebbero pubblicato, riconoscendone il valore e la bellezza? O invece, avrebbero chiesto delle modifiche nel senso di una maggiore caratterizzazione geografica e temporale, una più forte rappresentazione della crisi della famiglia, o magari l’introduzione di un qualche elemento di denuncia sociale?

Io una risposta a queste domande ce l’ho e credo di avere anche abbastanza ragione, ma lascio a voi l’ardua sentenza e soprattutto la lettura di un libro bellissimo.

Un libraio recita il de profundis per le librerie indipendenti: se ne discute sulla fanpage di Stilos su Facebook

29 March 2010

Abbiamo ricevuto una lettera molto cortese e piena di rimpianto, da Erminio “vecchio librario romagnolo”, così lui si presenta (e così ha chiesto di essere identificato quando gli abbiamo chiesto l’autorizzazione a rendere pubbliche le sue parole) e ve la proponiamo, perché c’interessa discutere con voi del problema delle librerie indipendenti che, sempre più numerose, chiudono i battenti.

«Gentile Seia,
sarei molto lieto di poter prendere in carico Stilos nella mia libreria, che da qualche anno ha uno spazio riviste piccolo ma ben fornito, perché è un ottimo periodico che seguo quasi da quando è nato, e ne ho apprezzato nel tempo i cambiamenti anche grafici, sebbene debba dire che l’ultima versione è quella che più mi aggrada, perché maneggevole e pratica.
Purtroppo però in Italia tutti scrivono e pochi leggono, e sto per chiudere la mia attività dopo quasi trent’anni con la morte nel cuore. Ho sempre pensato che questo mio piccolo regno di carta e storie sarebbe stata la mia eredità per i miei figli, ed ero fiero al pensiero di avergli assicurato un futuro. Ma sono stato uno sciocco sognatore e ora mi trovo di fronte a oneri e spese che non posso più affrontare e non ho altra scelta che vendere il mio regno e non per un cavallo, ma per non rischiare la bancarotta.
A voi che potete (e dovete) continuare a diffondere cultura e che lo fate così bene e seriamente, vanno i miei migliori auguri e i miei complimenti, e li faccia soprattutto al suo Direttore che ha dimostrato un gran coraggio tornando a ripubblicare una testata, sì prestigiosa, ma in un momento così buio per chi si occupa di libri. Da parte mia non potendo contribuire altrimenti, provvederò ad abbonarmi al più presto per continuare a seguirvi e vivere di libri».

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